mercoledì , 7 dicembre 2016
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Scontri politici




La strategia della tensione e degli opposti estremismi che imperversava in Italia dalla fine degli anni ’60 e per tutti gli anni ’70, è spesso sfociata in scontri fra forze dell’ordine e manifestanti, e fra le opposte fazioni di destra e di sinistra: da un lato i picchiatori neofascisti appoggiati a Milano dalla maggioranza silenziosa, dall’altro gli estremisti extraparlamentari appoggiati dai gruppi massimalisti dei partiti della sinistra storica.
Per quanto riguarda Milano si parte dal 19 novembre 1969 con l’uccisione dell’agente di pubblica sicurezza Antonio Annarumma, caduto durante un corteo dell’Unione comunisti italiani marxista – leninisti, colpito da un tubo d’acciaio scagliato da uno dei manifestanti contro la camionetta della polizia.
All’epoca, un coro di protesta alimentò “la maggioranza silenziosa” di Milano che chiese, con insistenza, alle forze dell’ordine l’utilizzo del “pugno di ferro” contro le manifestazioni studentesche promosse dalla numerose sigle della contestazione giovanile che pianificava lo scontro politico nella città di Milano.
Tra le vittime degli scontri anche semplici lavoratori o studenti colpiti a morte accidentalmente perché si trovavano là per caso.
A livello nazionale 21 giovani di destra e 25 di sinistra
caddero durante gli scontri politici.






Scontri politici neofascisti

Nel settore neofascista della destra estrema imperversavano tentativi di golpe di forze occulte collegate a spezzoni dei servizi segreti deviati. Il quadro politico italiano, dal 1968 al 1983 era caratterizzato a destra da squadre di sabotatori e picchiatori, radunati in gruppi ideologici sovversivi neofascisti, bene organizzati e che sapevano manovrare il coltello e l’asta della bandiera tricolore. Gli estremisti di destra praticavano gli attentati dinamitardi contro le sedi dei partiti di sinistra e praticavano le aggressioni per ferire gli avversari politici, tutti annidati nei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare. I “comunisti”erano considerati come il male assoluto e un cancro da estirpare dalla società italiano.
Ben noti erano quindi i gruppi neofascisti dell’estrema destra: “La Rosa dei Venti, Ordine Nuovo, la Fenice, i NAR ed oltre altre 50 sigle dell’eversione neofascista.
Milano aveva, come punto di ritrovo della destra, piazza San Babila. I giovani neofascisti, chiamati “Sanbabilini” furono protagonisti di numerose azioni di guerriglia urbana, di scontri politici anche con le forze dell’ordine e di regolamento dei conti con le fazioni politiche avverse.
I militanti di destra organizzavano manifestazioni di piazza e provocano incidenti e scontri sia con le forze dell’ordine che con le opposte fazioni d’ideologia marxista – leninista.
Milano visse un periodo storico, per oltre un decennio, fra continui pestaggi e ferimenti tra opposte fazioni. In diversi casi, ci furono anche giovani uccisi dall’odio politico dei manifestanti sia ad opera delle violenze di destra estrema, sia ad opera del fanatismo di sinistra estrema.







Scontri politici da parte della sinistra eversiva

La strada del “Movimento del ‘68”, con la contestazione studentesca e con le lotte del Movimento operaio per ottenere lo “Statuto dei Lavoratori”, era lastricata di scontri politici.
I lavoratori rivendicavano i loro diritti all’interno delle fabbriche, attraverso l’arma dello sciopero e delle manifestazioni democratiche, civili e non violente e ottennero riconoscimento alle loro conquiste sociali.
Il Movimento studentesco del ‘68 diede origine ad un clima esasperato di conflittualità politica rincorrendo utopie, miti rivoluzionari, settarismi marxista-leninisti e scegliendo, come campo di battaglia, gli scontri di piazza, la predicazione e la applicazione della guerriglia urbana da parte di quelle frange più arrabbiate ed eversive della contestazione giovanile.
Nelle università si predicava la rivoluzione nella politica e nei costumi e si organizzavano forme di lotta non solo nel mondo scolastico, ma la lotta di classe fu esportata anche nei quartieri popolari delle grandi città italiane (soprattutto Milano, Torino, Genova, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, Reggio Calabria).
A Trento decine di studenti della Facoltà di Sociologia si radunavano attorno al nucleo storico delle brigate rosse: Renato Curcio, Mara Cagol, Alberto Franceschini, Fabrizio Pellli) e che ebbero, nella storia del terrorismo, altri personaggi di spicco dell’antagonismo armato come: Mario Moretti, Prospero Gallinari, Barbara Balzerani, Adriana Faranda, Valerio Morucci, Annalaura Braghetti, Giorgio Semeria e altri centinaia di giovani brigatisti, che avevano scelto il contrasto rivoluzionario.
Era la triste e spietata epoca durante la quale gli intellettuali si travestivano da studenti o operai fra rulli di tamburi, pugni alzati, pifferi latino-americani, striscioni e drappi enormi, occupazioni delle università, delle fabbriche e delle casa popolari nei quartieri, cortei di masse studentesche con manganelli, passamontagna, sciarpe palestinesi e scoppi delle bottiglie incendiarie contro la polizia che cercava, a fatica, di mantenere l’ordine pubblico rispondendo con le cariche e con i gas lacrimogeni.
Dopo gli scontri dei giovani di sinistra armati di spranghe, di stalin (bastone nascosto sotto l’impermeabile) e di bottiglie molotov, seguivano le rituali assemblee, le discussioni, le accuse, le reciproche recriminazioni fra la stessa galassia dei gruppuscoli della sinistra extraparlamentare, quasi sempre in concorrenza tra loro per accaparrarsi la piazza e per prevaricare sulla maggioranza degli studenti, facendo leva su una retorica che, a forza di predicare la violenza e la rivoluzione, finirono per praticarla, scegliendo, miseramente, di entrare nella clandestinità della lotta armata.
Dal maggio del ‘68 sino al 1974, anno in cui nacquero i gruppi di fuoco rivoluzionari che avevano alzato il tiro con le uccisioni di obiettivi mirati, molti intellettuali e docenti universitari, cattivi maestri nell’indottrinare i giovani all’assassinio per una ideologia rivoluzionaria, partivano ancora per Pargi, ove nacque la contestazione studentesca al sistema di potere dominante. Si recavano nella capitale francese, in treno, con biglietti d’aereo o con passaggi in macchina per andare assistere ad assemblee e ai cortei dei rivoltosi, sempre più isolati dal popolo. Andavano e ritornavano in fretta per ripartire alla volta di Torino, Trento, Milano, Pisa, Roma, Napoli, dove le manifestazioni studentesche ininterrotte si concludevano sempre con gli scontri politici fra le forze dell’ordine o fra gruppi contrapposti neofascisti e di estrema destra.
A Milano la banda di via Osoppo, condannata all’ergastolo per gli omicidi commessi durante le rapine, si riscoprì miracolosamente rivoluzionaria. I tre banditi assassini, Cavallero, Notarnicola e Rovoletti, nelle sedute del processo presentarono le loro rapine come atti rivoluzionari di esproprio proletario e si dichiararono prigionieri politici, come i terroristi.

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