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Perché mi chiamo Francesco

Caro amico e cara amica

In file troverai l’articolo sul Corriere della Sera, in Cronaca Milanese del 31 ottobre 2013, del nipote del maresciallo Di Cataldo, ucciso dalle brigate rosse nel 1976 dal titolo “Perché mi chiamo Francesco”. In un momento in cui non occorre dimenticare la tragedia delle Vittime del Terrorismo e di Strage, abbiamo bisogno di testimoni del “Dovere della Memoria storica” per ricordare tutte le Vittime del Terrorismo e di Strage di tale matrice. E’ vergognoso, che per ostentare il perdono e una presunta riconciliazione storica, alcuni familiari di vittime del terrorismo danno spettacolo di ” becero perdonismo” in una sorta di “Sindrome di Stoccolma” andando mano nella mano e a due a due (familiare di vittima e carnefice) per fare testimonianza sul ” perdono cristiano e la riconciliazione storica”. Ognuno è libero di comportarsi secondo la propria coscienza, ma dare legittimazione storica al terrorismo, riconoscendo a questi presunti combattenti ex terroristi la palma del protagonismo sulla unilaterale “guerra civile”, significa riconoscere come nobili motivazioni ideali e atti di assassinio che la scelta armata degli ex terrorismo, praticava negli spietati anni ’70. Non possiamo uccidere per la seconda volta i nostri caduti innocenti sotto il piombo dei fanatici rivoluzionari. Costoro sono ancora oggi convinti di avere ucciso per fine di bene al fine di bene esseri umani, con l’obiettivo di far vincere una rivoluzione assassina al fine di cambiare e migliorare la società- Rivolgo un appello, soprattutto ai giovani parenti delle vittime, affinché approfondiscano la verità storica del periodo della strategia della tensione e degli opposti estremismi, senza confondere gli ideali per i quali sono morti i loro, che nulla hanno da spartire col terrorismo di ieri e di oggi. Quello che era un male o un delitto ieri, non può essere un bene oggi. La vittima rimane vittima e gli assassini rimangono tali. E’ vero m nessuno tocchi Caino, ma nessuno deve dimenticare Abele e le sofferenze dei familiari delle vittime. Si ricorda che il “perdono” è un fatto individuale della coscienza che si da in silenzio e senza contropartite. Il perdono non deve mai diventare uno spettacolo pubblico di perdonismo estremamente diseducativo per le nuove generazioni. Andare nelle scuole religiose, nelle parrocchie, in alcuni ambienti o convegni in compagnia di ex terroristi non significa educare i giovani alla legalità, alla non violenza e al rispetto della vita umana, ma ad alimentare una cultura del perdonismo e della tolleranza che trovano sempre una sponda politica tra chi predicava ieri e predica oggi la cultura della violenza e tra chi, in nome della misericordia cristiana, vanifica i percorsi di espiazione che “finisce a tarallucci e vino” tra vittime e carnefici. Invio a tutti un abbraccio con la stima e l’affetto di sempre e ringrazio tutti coloro che sono disposti a testimoniare la verità e la giustizia sulla figura del loro caro defunto barbaramente ucciso.

Antonio Iosa, vittima delle brigate rosse!

Corriere della Sera 31 ottobre 2013