sabato , 25 novembre 2017
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Luca Tarantelli – intervento al Senato della Repubblica 19 gennaio 2017

Illustre Sig. Presidente, Illustre Sig. Ministro, Sen. Manconi, Cari amici,
Quando nel marzo del 2010 ho iniziato a frequentare questo gruppo avevo in me un sentimento di curiosità e di partecipazione. L’estate successiva mi sono ritrovato con un po’ di sorpresa catapultato in un raduno a San Giacomo d’Entraque. Avevo appena realizzato il documentario in cui compì un viaggio alla riscoperta di mio padre Ezio Tarantelli. È stata una settimana meravigliosa. Il senso di comunità e di accoglienza che ho trovato era molto forte, lo spirito era di grande partecipazione e a livello umano vi era un sentimento di grande simpatia. Mi è sempre piaciuto il clima all’interno di quel gruppo ed ho finito per stringere un rapporto di amicizia anche profondo con molte persone, alcune delle quali sono ex terroristi. Mi resi tuttavia conto sin dall’inizio di avere delle idee diverse sulla giustizia riparativa e sullo scopo complessivo cui il gruppo doveva mirare. Il tempo passava e più mi rendevo conto che le dinamiche di dialogo non rispondevano ad alcuni miei interrogativi. Tanto che mi sono spesso trovato a contestare alcuni ex terroristi quando presentavano teorie che giustificavano a livello storico la lotta armata o quando altri dicevano di non provare alcun sentimento di umana compassione e dispiacere per i delitti da loro perpetrati. Avrei preferito che fossero coinvolti anche altri attori diretti come ad esempio i magistrati e gli esponenti delle forze dell’ordine che si impegnarono in prima linea nella lotta al terrorismo, i componenti della cosiddetta “zona grigia” o i colleghi e gli amici delle vittime. Forse questa è stata, assieme ad altre di carattere più personale, la ragione per cui la mia presenza nel gruppo è divenuta, vieppiù, sporadica.
Il modo in cui la memoria degli anni 70 è stata elaborata a livello collettivo può, a mio parere, essere schematicamente suddivisa in due grandi periodi. Nel primo predominava la dialettica tra perdonismo e vendetta e gli scaffali delle librerie erano pieni di autobiografie di terroristi o ex tali che si rappresentavano come eroi combattenti di una guerra civile che avevano perso. Ma, a differenza delle guerre civili non si assistette alla contrapposizione di due eserciti e lo sparuto numero dei terroristi è stato sconfitto dalla mobilitazione democratica e dalle forze dell’ordine. Ne è nelle mie possibilità dire per quale ragione ci sia voluto così tanto tempo per sconfiggere questo sparuto gruppo o perché in Italia (a differenza di altre grandi Nazioni democratiche) gli Archivi dello Stato vengano resi consultabili dopo amplissimo tempo e la loro consultazione sia così ardua per il cittadino comune. Ai ricercatori, ed ai posteri, l’ardua sentenza. Il secondo periodo ha avuto come spartiacque il libro di Mario Calabresi. In seguito le vittime sono finalmente entrate al centro della coscienza di collettiva dopo anni d’indifferenza.
La giustizia riparativa potrebbe essere, a mio modesto parere, uno strumento molto valido soprattutto nel caso di delitti comuni, in cui il rapporto tra vittima e reo è dicotomico. Per semplificare e non farla troppo lunga mi limito ad un esempio. In America da anni esiste un gruppo: il Mothers against drunk driving (MADD). Questa organizzazione riunisce familiari di vittime decedute per essere state investite da persone che guidavano in stato di ebbrezza e i sopravvissuti che hanno subito gravi lesioni a seguito di incidenti di tal fatta. I familiari organizzano incontri in cui le vittime raccontano ai responsabili della loro esperienza e di come questa ha inciso sulla loro vita. Ciò nel tentativo di creare nei rei un senso di empatia e di comprensione per la tragedia da loro vissuta. Questi gruppi danno la possibilità ai rei di porre (per quanto possibile) rimedio sia morale che materiale ai danni da essi causati e di intraprendere un percorso di reinserimento nella società. Questa fa parte di un insieme di strumenti che, in collaborazione con le scuole e le associazioni presenti sul territorio (che costituiscono una vera e propria “terra di mezzo” tra lo Stato ed i singoli individui e famiglie) lo Stato può utilizzare per contribuire effettivamente a rendere la nostra società più umana ed inclusiva e per, in ultima analisi, attenuare il gravosissimo problema del sovraffollamento delle carceri.
Ritengo tuttavia che nel caso dei cosiddetti anni di piombo questo modello non si dovrebbe esaurire in un confronto tra vittime e rei. Le vittime infatti non sono state assassinate come persone ma come simboli e questi delitti con la scia delle stragi e la diffusissima microviolenza che la accompagnavano hanno inciso nella carne viva della società. Come nella teoria dei cerchi concentrici questa violenza non ha colpito infatti solo i familiari ma si è estesa ad un secondo livello composto dai colleghi di lavoro, dagli amici e da tutti coloro che le vittime a vario titolo frequentavano, per poi estendersi al quartiere e alla città in cui le vittime vivevano, fino ad arrivare all’intera comunità nazionale e, talvolta, internazionale. È per questo che partendo dalle idee del sociologo Avishai Margalit citato da Claudia Mazzucato nel suo saggio, i “testimoni morali” sono molteplici, così come molteplici e polifoniche sono le narrative necessarie per ricostruire il senso complessivo di ciò che è stato perso di quegli anni. L’enorme patrimonio di creatività, di passione civile e democratica (Giovanni Moro parla di oltre 90.000 associazioni che si battevano in vari ambiti per i diritti per trasformare la società rendendola più democratica e per allargare gli spazi di partecipazione) è stato sommerso come da un immenso torrente di lava dalla violenza organizzata. I traumi molteplici da questa prodotti hanno generato un rimosso ed hanno ostacolato processi diffusi di narrazione collettiva. Come disse Agnese Moro durante un dibattito per la presentazione del mio libro a Monghidoro (quando eravamo ospiti dell’Onorevole Paolo Bolognesi) la generazione degli anni Settanta a livello collettivo è stata, non a caso, la prima a non aver messo in moto dei processi di trasmissione orale della memoria alle future generazioni. Ciò a differenza di quanto i nostri nonni avevano fatto nel raccontare i loro aneddoti e le loro esperienze personali sul fascismo e sulla Resistenza. Il mio auspicio dunque è che su tutto questo venga stimolato il confronto e il dialogo a partire dai ricordi, dalle percezioni e dai punti di vista delle persone che hanno avuto un ruolo attivo nella storia e nei movimenti di quegli anni.