domenica , 24 settembre 2017
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Roberto Franceschi





Con il figlio Luca


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Biografia di Roberto Franceschi

Roberto Franceschi nasce a Milano il 23 luglio 1952.

A Milano frequenta il Liceo Scientifico Statale “Vittorio Veneto” e viene scelto a rappresentare la scuola milanese in un viaggio studio in Germania, organizzato dal Ministero della Pubblica Istruzione su invito delle autorità scolastiche di Bonn, in un gruppo di studenti provenienti da tutte le regioni d’Italia (1-26 luglio 1970). In tale occasione è ospite della famiglia del giudice Hans Stossel, Presidente del Tribunale Regionale della Sassonia, è l’amicizia tra un vecchio democratico tedesco e un giovane democratico italiano.

Dopo la maturità, conseguita con il massimo dei voti, si iscrive alla facoltà di Economia politica presso l’Università “Luigi Bocconi” facendosi notare per il sapere, la serietà e l’impegno non solo in campo culturale ma anche in quello sociale e politico.

Hanno scritto di lui:

“Roberto era politicamente molto impegnato, in particolare riteneva l’apertura della scuola alla società, e la lotta contro lo sfruttamento e l’oppressione non come esigenze tra le altre, ma fondamentali: le considerava capaci di dare concretezza ai suoi ideali di democrazia e giustizia, e coerenza alla sua vita. Non accettava perciò quelle forme di contestazione della scuola che si traducevano nel rifiuto dello studio a vantaggio di una militanza politica che nella scuola vedeva soltanto uno dei suoi luoghi d’azione.

Roberto aveva con la cultura un rapporto intenso, sorretto dalla convinzione che fosse indispensabile a sè, e alla causa di democrazia e giustizia che aveva scelto. Ma una tale serietà d’impegno non comportava alcuna economia nel rapporto con gli altri: verso i compagni di classe, sui quali aveva un indubbio ascendente, non si atteggiava, per temperamento e convinzione, a leader; e, se non considerava le sue idee un fatto privato, intendeva discuterle e sostenerle in un rapporto aperto.

Riteneva giusto e urgente prendere posizione contro l’ineguaglianza e l’oppressione, ma l’indottrinamento doveva parergli una scorciatoia sterile e pericolosa. Stima e simpatia non equivalevano per lui a identità di opinioni, e anche nel rapporto di impegnative discussioni tra studenti e insegnanti, tipico di quegli anni, Roberto portava una nota di intensità e personale interesse.

Era un ragazzo fermo nei suoi propositi, intelligente e esigente. Ma anche un ragazzo cordiale, allegro e sereno: un ragazzo molto stimato, ma anche molto amato”. (Meris Antomelli prof.ssa di filosofia al liceo V.Veneto).

“Roberto, la sua ferrea volontà, la sua onestà intellettuale, la sua incrollabile fede nella scienza, la sua costante ricerca della verità, il suo amore per la cultura, la sua illimitata fiducia nelle possibilità dell’uomo, dopo la sua morte, hanno aiutato me e molti altri compagni a superare le difficoltà, a correggere gli errori e ad andar avanti”. (Emilio Martignoni, compagno di liceo e d’università)

“Roberto era un uomo che cercava la verità. Tendeva alla verità, con istinto sicuro e straordinaria diligenza. Era socialista nel modo migliore. L’uomo stava nel punto centrale del suo pensiero, era convinto della necessità di aiutare, di migliorare e tendeva verso un mondo più giusto e una società migliore. Odiava il cattivo uso della forza e dell’oppressione dovunque essi fossero.Le obiezioni nella conversazione non erano per Roberto un ostacolo, ma anzi uno sprone per una ulteriore discussione più approfondita, giudicava, accettava o rifiutava, però teneva di conto sempre il convincimento dell’altro. Con dolore penso che i nostri incontri amichevoli non si possano più ripetere”. (Hans Stossel giudice tedesco)

La sera del 23 gennaio 1973 era in programma un’assemblea del Movimento Studentesco presso l’Università Bocconi. Assemblee di questo tipo erano state fino ad allora autorizzate normalmente e non avevano mai dato adito a nessun incidente.

L’allora Rettore dell’Università quella sera ordinò che potessero accedere solo studenti della Bocconi escludendo lavoratori o studenti di altre scuole o università.

Il Rettore informò la polizia, che intervenne, con un reparto del 3° Celere, intenzionata a far rispettare il divieto anche con la forza. Ne nacque un breve scontro con gli studenti e i lavoratori e, mentre questi si allontanavano, poliziotti e funzionari spararono vari colpi d’arma da fuoco ad altezza d’uomo. Roberto fu raggiunto al capo, l’operaio Roberto Piacentini alla schiena. Entrambi caddero colpiti alle spalle.

Dopo 26 anni di processi penali e civili fu emessa la sentenza che chiudeva il lungo ciclo:

” (…) può ritenersi pienamente provato che il proiettile estratto dalla nuca di Franceschi Roberto fu esploso dalla pistola in dotazione all’agente di polizia Gallo Gianni, che la pistola fu impugnata e il colpo sparato da una persona appartenente alle forze dell’ordine e che l’uso dell’arma, lungi dall’essere un episodio isolato, si inquadrava in un ricorso generalizzato all’impiego delle armi da fuoco nei confronti di manifestanti che si stavano allontanando e, quindi, in assenza dei presupposti che ne potessero far ritenere legittimo l’uso”. (20 luglio 1999)

Il ministero dell’Interno fu condannato al risarcimento per la morte di Roberto, il nome di colui che aveva sparato e ucciso ostinatamente negato.

I soldi del risarcimento hanno permesso la costituzione della Fondazione Roberto Franceschi-onlus che è la continuità operativa degli ideali di giustizia, di solidarietà, di impegno civile che hanno caratterizzato la vita di Roberto.





Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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