sabato , 25 novembre 2017
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Roberto Castaldo


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Roberto Castaldo: il milanese sepolto dalle macerie nella strage alla stazione di Bologna

Il 2 agosto 1980, alle ore 3.00 è suonata la sveglia.

E’ sabato e si prevede traffico per il grande esodo estivo del torrido agosto.
Io, conduttore del deposito personale viaggiante di Milano Centrale, sono di servizio ad un treno per Cremona, dove ci sono i soliti viaggiatori “pendolari” che, sonnecchiando, tornano a casa dopo una notte di lavoro.

Preparo il caffè, mi vesto, esco di casa, senza nemmeno salutare i miei cari che dormono.
Alle 3.45 sono al treno da scortare in attesa dell’orario di partenza.
L’altoparlante della stazione centrale di Milano comincia a gracchiare…
– il conduttore di scorta al treno per Cremona è pregato di mettersi in contatto con il deposito.
Mi reco al telefono di servizio e chiamo. Mi viene chiesto di cambiare servizio, perchè altrimenti il treno in partenza per il Sud non ha personale sufficiente e non può partire. Lo devo scortare, con gli altri componenti della squadra, sino a Bologna e ritorno.
Alle 9.10 siamo in arrivo nella stazione di destinazione: Bologna. Il tempo per un caffè; e pronto a ritornare in sede alle 9.25 con il treno “Adrian express” in arrivo da Ancona.
Il treno è, purtroppo, annunciato con 50 minuti di ritardo!
Alle 10.15 fa il suo ingresso a Bologna Centrale, binario 1, l’atteso convoglio. Mi reco al centro treno, davanti alla sala d’attesa di II classe, pronto a partire.
Il binario è gremito di viaggiatori. Molti sono scesi dal treno, altri sono saliti.
I parenti si sbracciano a salutare quelli affacciati ai finestrini, alcuni ragazzi, accovacciati per terra e con aria di festa, suonano una chitarra, in attesa del loro convoglio.
Gente, gente tanta , troppa gente!
Ma io, tra due ore, avrà terminato il mio servizio e rientrerà a casa e farà le cose di sempre, di normale routine quotidiana. Sono le 10.24, il segnale di partenza si sposta sul verde. Si può partire.
Mi volto ed alzo il braccio destro a chiedere il consenso alla partenza al conduttore, ubicato in coda al treno.
Sono le 10.25. Un istante, un boato, una fiammata, attimi in cui il mondo si ferma!
Crolla la stazione, che si sbriciola in un cumulo di macerie. Sento le urla dei sepolti provenire, come se echeggiassero da lontano.
Io mi sento prigioniero dei detriti e schiacciato sotto una colonna di ghisa, che reggeva la tettoia.
Alcuni di quei viaggiatori incrociati attimi prima , ma senza fissarli nella memoria, sarebbero diventati compagni di sventura. Sino a quel momento del tragico evento, questo non mi era dato di sapere.
Arrivano i primi soccorsi e vengo liberato dai calcinacci e dalle macerie. Sono un redivivo, quasi miracolosamente illeso. Il primo impulso che mi assale è l’impeto a soccorrere gli altri, raspando con le mani le macerie, mentre attorno a me vedo i feriti sanguinanti. Comincio a contare i morti: uno, poi un secondo e un terzo, e ancora avanti a contarne tanti. Arriva l’esercito e non si può più scavare e mi ritiro frastornato, quasi inebetito
di fronte a tanto scempio crudele.
Ci penseranno loro, i militari, a prestare soccorso e a rimuovere i detriti. Ma non demordo; mi soffermo ancora sul luogo della strage con altri improvvisati samaritani per raccogliere i cadaveri, che vengono lasciati ai piedi delle macerie.
Non bastano le autoambulanze per portare via tanti corpi martoriati e sbrindellati.
Ci sono anche molti feriti, che hanno la priorità. Cominciamo, perciò, a depositarli dentro un autobus fermo sul piazzale. Uno… due…dieci…venti… Qualcuno si avvicina per guardare; ed ecco mani pietose coprono i finestrini dell’autobus per distogliere sguardi curiosi d’impotente aiuto. E’ tardi e finalmente, stralunato e sconvolto, vado in ospedale!

La mia vita, da quell’istante dello scoppio della bomba, è completamente cambiata. Mi chiesi subito come sarebbe stata, per il futuro, il resto della mia esistenza. Sogni, desideri, aspirazioni svanirono di colpo e acquistarono, da allora, un altro sapore. Dal 2 agosto 1980 la mia stessa vita assume un valore diverso e si tramuta nella quotidianità di un’attività lavorativa alienata, che mi causa comportamenti traumatici sul piano familiare, sociale e psicologico. Fatico ad affrontare la realtà in una dimensione umana, così implacabilmente diversa. Non mi sento più me stesso.
E vero sono rinato, o forse resuscitato, ma vivo tuttora la consapevolezza di aver visto il mondo da sotto le macerie, di esserne uscito indenne, di essermi confrontato con gli altri feriti, di ricordare volti sfigurati e posizioni contorte di corpi maciullati dall’esplosione.
Ottantacinque sono i morti contati, duecento i feriti! Da tale immane tragedia nasce la volontà di unirmi nel comune dolore ai familiari delle vittime e ai feriti scampati all’orribile morte per strage. Il mondo mi sembra estraneo a tutto ciò che ho vissuto ed inizia il mio calvario sanitario con richiesta di cure, d’interventi chirurgici, di incontri e scontri con la sofferenza fisica e psichica di tutti i santi giorni.
Dopo le cure e le attenzioni ricevute, germoglia in me la voglia di offrire solidarietà e collaborazione all’associazione familiari della strage alla stazione di Bologna.
Capisco che il tempo passa e gli uomini dimenticano.
Quando mi presento ad una visita medica, mi dicono brutalmente:
– ormai fattene una ragione del dramma vissuto e non cadere nello squasso psicologico.
Gli anni si succedono inesorabili, ma la mia testa è ferma sotto quelle macerie, che hanno infranto sogni e speranze e mi devastano la mente e l’animo con una sindrome psicotica, che mi rende alieno alla vita.
A distanza di oltre 29 anni non trovo un motivo ed una giustificazione alla strategia della violenza politica stragista nel nostro Paese. E subito mi chiedo il perchè sia capitata proprio a me esserne coinvolto e subirne le traumatiche conseguenze.
Certo, in tutti questi anni, non è venuto a mancare l’affetto dei miei cari e di quanti mi sono vicini.
E io, vittima, non riesco a ricambiare il senso di solidarietà, se non con un pudico silenzio, che vuole evitare l’umiliazione di essere compatito.
Un senso di impotenza mi pervade e ho sempre, sotto gli occhi, l’ossessione di avere assistito non ad un film tragico, ma di essere stato protagonista in quella mattina spaventosa del 2 agosto di oltre 29 anni fa.
Quante cose avrei voluto sperimentare e portare avanti nell’arco della mia esistenza. Al contrario mi accorgo di essermi arreso alla furia di una bomba, depositata da mani assassine nella sala d’attesa di II classe della stazione di Bologna.
Rivivo la scena dello scoppio, rivedo la voragine della bomba, rimane, come un chiodo fisso, l’orologio antistante l’ingresso della stazione di Bologna, che segna macabramente le 10.25 di quel lontano 2 agosto 1980. E poi ricordo le vite umane spezzate: 85 vittime e 200 viaggiatori innocenti, feriti.
La mia mente rimane sconvolta, ma anche quella della mia famiglia e combatto con me stesso per sentirmi vivo, per ritrovare affetti, emozioni, rapporti umani e sociali, che sono il sale della mia esperienza giornaliera e la molla che mi ha spinto a credere, tuttora, nella speranza. Mi assalgono, spesso, una rabbia infinita, un odio viscerale verso gli autori della strage. Sono preso da sussulti, come ferroviere sia pure oggi in pensione, ogni qualvolta sento l’incessante gracchiare di quell’altoparlante della Stazione Centrale di Milano.
Il 2 agosto fu, infatti, un altoparlante a cambiarmi il turno di lavoro e a sconvolgermi l’esistenza.
Da 26 anni sono membro dell’associazione tra i familiari della strage di Bologna. Mi rendo conto che il mio dolore è il dolore dei familiari, che hanno avuto in eredità i resti a brandelli dei loro cari e anche il dolore degli altri feriti, con i quali mi incontro spesso e, soprattutto nella cerimonia celebrativa del 2 agosto di ogni anno a Bologna.
Come vice-presidente dell’associazione familiari della strage di Bologna tocco con mano i dolori incommensurabili e le tragedie umane delle madri e dei padri, che hanno perso i figli o degli orfani che sono stati privati dell’amore dei loro genitori.
Vado, allora, in punta di piedi a cercare il balsamo, che mi possa ristorare e che possa acquietare la mia tensione quasi maniacale: una visita, una cura, una terapia psicologica.
Il tempo impietoso continua a scorrere inesorabile. Nulla, per me, è come prima e qualcosa dentro di me è cambiato per sempre.
Narro un episodio di me malato quando incontro, magari, un giovane medico e gli racconto i miei incubi, le mie frustrazioni. Lui, frastornato, non mi capisce. Gli racconto il mio disagio interiore, ma lui, in quel 2 agosto 1980, non era nemmeno nato e non ha memoria dell’evento stragista.
Le stragi in Italia?
Ogni tanto ne parlano le televisioni e gli organi di stampa, ma da anni sono accadute in America alle torri gemelle, oppure nella metropolitana di Londra, o alla stazione di Madrid e poi il lungo elenco delle stragi in teatri di guerra: Iraq, Afghanistan, Pakistan e dove si trovano militari italiani all’estero.
Avvengono, inoltre, altre stragi crudeli che si ripetono in molte località turistiche, dove si recano semplici cittadini e spesso rimangono coinvolti in sanguinosi attentati.
Oggi nel nostro Paese e, nel mondo, si convive con la normalità della follia terroristica e delle stragi e di anomalo rimane solo la vittima, che forse è meglio dimenticare.
Capita spesso che le istituzioni e gli organi d’informazione mediatica, mi cercano per ogni anniversario. Hanno bisogno d’intervistare una vittima e sono costretto ad esibirmi, per far vedere al popolo che la condanna del terrorismo è unanime, soprattutto nel momento del voto elettorale, quando si strumentalizza la memoria storica delle vittime o quando la politica assolve se stessa dalla responsabilità con la retorica
di eventi commemorativi.
Non mi sottraggo al mio dovere di fare memoria, perchè capisco che, pur essendo il mio percorso di vita immutato, è necessario dare il diritto di parola alle vittime e diventare coscienza critica, monito e riferimento, affinchè lo Stato renda giustizia, verità e vicinanza ai familiari delle vittime.
I tempi sono maturi affinchè questi ideali e valori siano riconosciuti e considerati patrimonio condiviso di tutte le forze politiche nel rispetto della memoria di tutti i caduti.
Diventa quindi importante per me la presenza di testimonianza per l’esperienza vissuta e per non dimenticare l’immane dolore, che il cieco e bieco stragismo ha provocato, sotto il segno del sonno della ragione.
Io credo, come cittadino democratico del nostro Paese, che il dialogo ed il confronto siano essenziali per la crescita della nostra società e siano indispensabili antidoti per evitare il ritorno ad azioni cruenti di gruppi ideologici, che si alimentano tuttora di violenza o di fanatismo politico e religioso, che causano soltanto dolore, morte, rancore.
Nemmeno dopo decenni di facili indulti, perdoni, scarcerazioni è possibile sanare le cicatrici dei familiari delle vittime.
La pacificazione appare lontana e diventa impossibile di fronte al proliferare della cultura della morte e della violenza, che ancora oggi riscontro in frange estreme eversive di destra e di sinistra, che sussistono in Italia.
Io, scampato alla bomba, continuo a vivere, ma non dimenticherò mai la strage della stazione di Bologna, neppure quando il mio corpo corroso dai vermi, giacerà con le mie ossa spolpate nella bara di un cimitero della mia Milano.

Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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