sabato , 25 novembre 2017
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Nadir Tedeschi


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Nadir Tedeschi – La mia vita dopo quel primo Aprile del 1980

Il mio nome è Tedeschi Nadir, sono stato ferito da un attacco terroristico delle brigate rosse (colonna Walter Alasia) il primo Aprile 1980 insieme ad Antonio Iosa, Emilio De Buono ed Eros Robbiani.

La descrizione dell’evento, così lo possiamo chiamare per il tempo nel quale si è verificato, è stato ampiamente descritto da Antonio Iosa che è stato il più sfortunato di noi quattro, subendo lesioni alle arterie e al nervo sciatico, con conseguenze devastanti e stabili nel tempo. Le motivazioni politiche delle BR. sono pure note come pure la violenza terroristica di quegli anni. Due anni prima vi era stato il caso Moro e dopo una sequenza impressionante di attentati morti e feriti, con conseguenze politiche importanti e a mio giudizio negative, quali la rottura della solidarietà Nazionale per decisione del PCI di Berlinguer; rottura avvenuta alla fine del 1978 inizio 1979; premessa tale rottura, di un lungo periodo di instabilità ed incertezza istituzionale.

Il mio ruolo quella sera del primo Aprile in Via Mottarone n.5, zona Villapizzone – Bovisa, presso la sede della DC, intitolata al partigiano cattolico Perazzoli, fu quello di svolgere una relazione agli amici riuniti in assemblea sul signifi cato politico dell’ultimo congresso della Democrazia Cristiana celebrato un mese prima. Dato il ruolo, ero un obiettivo logico per le Br e avevo avuto qualche avvertimento precedente, causa il mio impegno politico nelle fabbriche di Milano e Provincia. Non mi aspettavo però quella sera un attentato. La motivazione scatenante per le BR fu come è noto, l’episodio successo a Genova alla fi ne di Marzo di quell’anno, quando i Carabinieri del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, uccisero, il 28 marzo 1980, quattro brigatisti importanti nella capitale Ligure. Quell’evento fu la causa del processo contro di noi con lo slogan ripetuto alla noia: “voi e Cossiga siete responsabili della morte dei nostri quattro compagni di Genova”. Quattro uccisi a Genova, quattro da uccidere a Milano. Infatti quando ci scelsero e ci costrinsero a inginocchiarci contro il muro in fondo alla sede, io e i miei tre amici pensammo a una esecuzione.

Effettivamente il progetto delle BR era quello, ed emerse al processo; ebbero, però, paura della ribellione degli amici ed in extremis spararono in basso alle gambe e fu la nostra salvezza. Noi quattro democristiani, essendo credenti, raccomandammo silenziosamente e individualmente la nostra anima al Signore Gesù Cristo: ce lo siamo confessati dopo, a pericolo scampato. Le conseguenze gravi furono per Iosa, ma tutti noi fummo coinvolti nella situazione del dopo ferimento. Per quanto mi riguarda dopo qualche giorno di cure intense, intervento chirurgico, visite autorevoli e di amici, subentrò la preoccupazione del dopo e non fu una cosa da poco. Prima di tutto il colpito per terrorismo se vive, non ha la sensazione di avere fatto atti importanti ed eroici. Il terrorismo è umiliante, non è come una guerra dove il contesto, almeno quello tradizionale, coinvolge positivamente gli attori. Il colpito da terrorismo, si sente in qualche modo umiliato, in quanto attaccato da gente mascherata e armata senza potersi difendere, accusato di cose che direttamente non lo riguardano e quindi condannato. Una pubblica opinione positiva a cominciare da familiari e parenti non esiste: alcuni ti dicono che potevi occuparti della tua famiglia e non degli affari degli altri; altri che sono stati i tuoi stessi cosiddetti amici a organizzarti l’attentato per convenienza o invidia, insomma per mesi e anni ti trascini una modesta fama, come minimo, da sprovveduto o imprudente. Questo stato deprimente io l’ho sentito addosso passati i primi giorni, tanto è vero che per anni ho cercato di dimenticare il fatto e farlo dimenticare. In questo c’è anche del positivo perchè una volta guarito dalle ferite (io ho impiegato circa sei mesi) ti butti nel lavoro e nell’impegno di prima, cercando di fare dimenticare la parentesi nella quale fosti coinvolto. Ci sono stati e ci sono anche i problemi pratici; nel mio caso tra le cose sequestrate il portafoglio, che oltre ai documenti conteneva un po’ di liquido e un assegno circolare da 800.000 lire che era lo stipendio che dovevo consegnare a mia moglie per vivere il mese di Aprile.

Fortunatamente riuscii a contattare il mio datore di lavoro del tempo e a farmi fare un assegno identico in modo da rimediare la cosa senza raccontare a mia moglie una certa angoscia vissuta per qualche giorno.
Ogni situazione negativa ha però anche il rovescio della medaglia: nel momento diff cile trovi un amico che capisce e ti aiuta rischiando qualche cosa di suo, magari anche dei soldi e non è poco.
I miei figli allora studiavano e andando il cognome sui giornali, non sempre furono ben capiti da compagni e insegnanti, conseguenza qualche perplessità da parte loro, su quanto successo in famiglia; sui familiari gli effetti in genere sono psicologicamente negativi. Non è una situazione da eroi, ma anzi il contrario.

Rimanere sei mesi fuori dal lavoro con una famiglia di cinque persone e due genitori lontani e che basano su di te la loro sicurezza in quel caso su di me, non è una preoccupazione da poco anche sul piano economico.
Solo dopo mi sono arrivati dalla Regione dodici milioni quale indennità speciale in seguito ad una legge regionale ad hoc sostenuta da amici.
Fu un aiuto importante e che permise di saldare i debiti, ma il tempo intercorso non fu certo un tempo gratificante. Dopo trovi l’amico che ti offre la sua villa per passare un periodo di vacanze in un bel posto.
La vittima del terrorismo se ha salvato la pelle e recuperato decentemente la salute, ci mette molto tempo prima di mettersi alle spalle l’esperienza vissuta e se gli mancano gli argomenti diffi cilmente trova il tempo e la forza per recuperare credibilità.
Solo molti anni dopo arrivano i riconoscimenti e qualche altra cosa, ma intanto il tempo è passato.
La guerra che abbiamo avuto e che secondo gli Storici parte il 12 Dicembre del 1969 con l’attentato di Piazza Fontana e termina nell’ottantatre con la liberazione a Padova del Generale americano Dozier sempre ad opera dei Carabinieri del Generale Dalla Chiesa, non è stata una guerra da poco.
Ci sono stati morti e feriti, situazioni distrutte o compromesse, danni materiali e morali enormi e tutto questo sulla base di un progetto assurdo, inventato da intellettuali senza scrupoli e fatto proprio da giovani ignoranti e sprovveduti com’erano i brigatisti attivi.
Ecco il capolavoro del pensiero di quegli intellettuali: “Fare attentati di ogni tipo, colpire simboli signifi cativi, in modo da avere una reazione di destra di tipo fascista che riuscisse con un colpo di mano a prendere il potere, provocando la reazione rivoluzionaria del popolo, che a sua volta lo avrebbe defi nitivamente ripreso”.

Questa la sintesi di un pensiero sociologico e politico, diffi cile da capire anche per addetti ai lavori.
Essere colpito ingiustamente da tanta ignoranza è la cosa più umiliante e deprimente che mi sia capitata.
Grazie a Dio mi sono ripreso; con il lavoro e la Politica, ho potuto fare ancora molte cose che mi hanno dato carica e soddisfazione.

NADIR TEDESCHI

Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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