giovedì , 23 novembre 2017
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Marcello Moresco


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Marcello Moresco: uno dei tanti feriti che ha fatto storia nascosta

Sono Marcello Moresco. Sono uffi ciale della polizia locale di Milano ed ho 60 anni. Mi considero fortunato.
Sono sopravvissuto a un atto terroristico avvenuto il 10 luglio 1978 di 31 anni fa. Il mio primo pensiero va ai caduti, a coloro che hanno perso la vita a causa della libertà e delle loro idee. I terroristi, e non importa la matrice politica, hanno decimato servitori dello Stato, uomini di pensiero, giornalisti, cittadini semplici della società civile e democratica del nostro Paese convinti che la prevaricazione della violenza uccidesse anche le idee, ma si sono sbagliati. Era l’estate del 1978, anno del mio ferimento e avevo 29 anni.

A Roma il 9 maggio era stato appena ritrovato il corpo martoriato dell’on. Aldo Moro e si era appena sopito l’orrore della strage di piazza Fontana ed era ancora vivo il ricordo e dell’omicidio di due uomini della Pubblica Sicurezza Sergio Bazzega e Vittorio Padovani da parte del giovane brigatista Walter Alasia. All’epoca gruppi eversivi si moltiplicavano nella nostra Milano, mettevano radici e creavano covi per organizzare
attentati di segno eversivo e criminoso.

I vigili allora e la Polizia locale oggi, sono di fatto una polizia prettamente amministrativa. Nel 1978 eravamo armati con obsolete pistole d’anteguerra e in, simile contesto, si svolge la vicenda che mi ha coinvolto. Il mio feritore si chiamava Calogero Diana ed era un delinquente comune che, nel carcere di La Spezia, si era politicizzato. Il brigatista, come risulta dal rapporto della Digos dell’epoca, era stato allenato nell’Est europeo e, pare, anche in Libia.
Egli si trovava a Milano per organizzare atti di guerriglia urbana ed appartenevaal gruppo della colonna W.Alasia, capitanata da Mario Moretti.
Quella mattina del 10 luglio, alla guida di un’utilitaria, un’automobile percorre viale Molise alla velocità di 92 Km all’ora. L’autista fu intercettato dal radar e gli veniva imposto l’alt, a cui doveva ottemperare perragioni di traffi co, ma si era trovato davanti veicoli attestati al semaforo seguente.
Io ero specializzato nella verifi che di patenti falsifi cate e nella circostanza mi accorsi che la patente del Diana era integerrima ed aveva solo il timbro di rinnovo difforme e con un inchiostro di tonalità diversa da quello in uso negli uffi ci della Prefettura. La fotografi a, inoltre, sulla seconda pagina era leggermente diversa dall’aspetto, che aveva il conducente controllato. Si scoprirì, poi, che il documento era stato rubato a un
medico dell’ospedale Policlinico di Milano.

A quei tempi non vi erano, come oggi, i riscontri immediati da effettuare via radio. In caso di consistente sospetto il cittadino falsifi catore avrebbe dovuto essere accompagnato in comando, ove si sarebbero svolte le indagini risolutive. Avevo già scoperto, pochi giorni prima, un altro documento contraffatto, appartenente ad altro cittadino che non riusciva a conseguire la patente di guida. Ho commesso il primo errore, sottovalutando la reazione del mio avversario e non prendendo tutte le misure atte alla prevenzione. Rivelai, però, i miei sospetti, sottovoce, al mio collega, ma il brigatista resosi conto di essere stato scoperto, estrasse l’arma, un CZ cecoslovacca calibro 7,63 e sparò a bruciaipelo. Il primo colpo colpì di striscio alla tempia il mio collega,
che svenne. Per evitare che gli desse il colpo di grazia ed anche i successivi colpi a me diretti, non facendo in tempo ad estrarre l’arma di ordinanza, che a quel tempo portavo sotto la giacca in una fondina non certo di pronta estrazione, cercai di afferrare il braccio armato dello sparatore e riuscii a strappargli il sacchetto che aveva ancora nella mano sinistra, quella non armata. Venni colpito anch’io al petto e, poichè non avvertivo dolore, venni pervaso dal furore e sparai, a mia volta, ma l’arma obsoleta, dopo un colpo, s’inceppò, favorendo la provvisoria fuga del brigatista. Il sangue prese il posto dell’aria ed io venni soccorso dagli astanti e dal collega che, per fortuna, era solo intontito e si era ridestato. Poco dopo, il terrorista venne catturato dalla Polizia di Stato e grazie al contenuto del sacchetto, con all’interno della documentazione, vennero scoperti due covi brigatisti. Dopo il ferimento ho potuto rendermi conto della vicinanza e dell’amore dei parenti e degli amici; della solidarietà dei colleghi e delle varie forze dell’ordine; della solidarietà delle istituzioni, in particolare della Prefettura, il cui titolare di allora mi ha fatto ottenere la medaglia d’argento al valor civile.
Seguirono poi gli altri due riconoscimenti: medaglia d’oro concessa dal Presidente Sandro Pertini e medaglia d’argento della Fondazione Carnegie.

Ma quello che più mi ha colpito è stata la solidarietà della gente e al riguardo vi narro un episodio eclatante. Mi trovavo in ospedale ed ero ancora grave, quando al mio capezzale si presentò un taxista, lo stesso che avevo sanzionato qualche giorno primo del mio ferimento per ragioni amministrative. Il taxista mi aveva portato una cassetta di aranci (d’estate questo frutto è fuori stagione) e vi assicuro che la spremuta di quegli aranci mi hanno fatto bene al fi sico e al cuore.

Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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