sabato , 23 settembre 2017
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Antonio Iosa


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Antonio Iosa, ferito a Milano il 1 aprile 1980

Così fui “processato” e gambizzato dalle Brigate rosse

Il primo aprile del 1980 fu gambizzato dalle Brigate rosse. A 36 anni di distanza Antonio Iosa, un casalnovese residente a Milano, si batte per vedere riconosciuti i diritti dei familiari delle vittime del terrorismo e dei feriti sopravvissuti. Iosa, che oggi ha 82 anni, fu «punito» con quattro colpi di pistola da un commando delle Brigate rosse mentre si trovava insieme ad altre persone nella sezione della Dc «Perazzoli>>, nel popolare quartiere di Quarto Oggiaro a Milano. Ne uscì vivo per miracolo, ma ancora oggi mostra evidenti i segni di una forzata deambulazione.
Quella pagina tragica degli anni di piombo è stata rievocata nei giorni scorsi dallo stesso protagonista con alcune riflessioni inviate alle istituzioni ed associazioni culturali evidenziando che «lo Stato italiano ha investito sulle vittime, dando un ruolo di rappresentanza con il “giorno della memoria: per non dimenticare”. I familiari delle vittime hanno diritto ad ottenere verità e giustizia dopo oltre 40 anni di sofferenza. Il giorno della memoria, seppur assai tardivo, è oggi una momento di condivisione collettiva del popolo italiano a ricordare i caduti e non ha giustamente alcun richiamo alla vendetta». «Erano in quattro, tre uomini e una donna, imbavagliati e armati di una pistola con il silenziatore. Lì per lì pensai che tenessero in mano dei microfoni, furono invece venti minuti terribili di spari e d’inferno», ricorda Antonio Iosa, raggiunto telefonicamente nella sua casa di Milano dove vive con la moglie Raffaella e i suoi due figli e dove emigrò nel 1952 da Casalnuovo, trovando un posto nella biblioteca comunale. Quella sera nella Dc di Milano si sarebbe dovuto svolgere un’importante riunione politica e ai tavoli della presidenza sedevano l’on. Nadir Tedeschi, il segretario sezionale Eros Robbiani e il giornalista de «Il Popolo» Emilio De Buono. «Ad un certo punto» ricorda Iosa «fanno irruzione quattro persone al comando di una donna, che era il capo della colonna milanese “Walter Alasia” e che aveva appena sostituito Mario Moretti, arrestato nel febbraio precedente e coinvolto nel sequestro Moro. Ci fanno il “processo”, quello che le Br chiamano “processo proletario”. Noi quattro contro una parete, uno stendardo inneggiante alle Brigate rosse, la gente presente alla riunione obbligata ad assistere, nessuna pietà per una donna che sviene e per un anziano che crolla a terra. La donna capo del commando mi fa inginocchjare, le dico che ho famiglia e due figli (Davide allora aveva 7 anni e Cristian 9). Lei però mi sbeffeggia, mi grida “servo di Cossiga”, mi punta la pistola alla nuca. Penso che è finita: sento degli spari, delle fitte alle gambe (tre colpi alla gamba destra e uno alla sinistra), mi trovo a terra in un lago di sangue».
Da allora per Iosa è stato un lungo calvario che dura ancora oggi per la terapia riabilitativa e per riacquistare l’uso normale della deambulazione. Parallelamente si intensifica il suo impegno sociale e culturale sia contribuendo a fondare l’associazione italiana vittime del terrorismo sia attraverso le iniziative del circolo culturale «Carlo Perini» da lui stesso fondato nel 1962. «Da quel lontano 1 aprile 1980» aggiunge con un velo di amarezza Iosa «non mi considero più, sul piano fisico, lavorativo e psicologico, un uomo normale e ho cominciato a vivere un difficile rapporto di reinserimento nel lavoro, nella famiglia, nella società, superando molte difficoltà». Oltre a collaborare a riviste di studio e di ricerca, Antonio Iosa ha pubblicato diversi libri sulla «questione meridionale», e sulle tradizioni popolari della Daunia. Nel 1996 fu insignito dal comune di Casalnuovo, nell’ambito della manifestazione festa dell’accoglienza agli emigrati, del sigillo di «cittadino illustre orgoglio e lustro della comunità Casalnovese nel mondo».

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