sabato , 25 novembre 2017
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Walter Tobagi





Con il figlio Luca


Con i figli Luca e Benedetta


Con Aldo Moro


La targa in via Salaino, 1 a Milano – luogo dell’attentato


Ferruccio De Bortoli, direttore del Corriere della Sera, alla commemorazione in via Salaino


La famiglia Tobagi oggi: i figli Luca e Benedetta, la moglie Maristella


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Walter Tobagi era nato il 18 Marzo 1947 a San Brizio, una frazione a 7 km da Spoleto in provincia di Perugia. All’età di 8 anni la famiglia si trasferì a Bresso (Mi), quando il padre Ulderico, impiegato nelle Ferrovie dello Stato, venne trasferito per lavoro.

La sua carriera giornalistica iniziò al ginnasio, come redattore della “Zanzara”, lo storico giornale del Liceo Parini di Milan, reso famoso per un processo provocato da un articolo sull’educazione sessuale. Dopo il liceo, entrò giovanissimo a “L’Avanti” quotidiano del PSI e vi rimase per pochi mesi. Passò, successivamente, al quotidiano cattolico “Avvenire”, giornale della Conferenza Episcopale Italiana, occupandosi in particolare di temi sociali, di informazione politica e sindacato. Il Direttore di “Avvenire”, Leonardo Valente, lo assunse, infatti, nel 1969, perchè Tobagi era un “giovane giornalista preparatissimo, acuto e leale”. La sua prima e ampia inchiesta sul “Movimento Studentesco a Milano” fu pubblicata su “Avvenire” in quattro puntate di storia, analisi, opinioni sui gruppuscoli e sulle lotte degli studenti. Nel 1970, l’editore Sugar pubblicò il libro ” Storia del movimento studentesco e dei marxisti-leninisti in Italia”. Nel 1972 si laureò in Filosofia all’Università Statale di Milano, con una tesi sulla storia del “Movimento sindacale del dopoguerra”. Divenne Presidente dell’Associazione lombarda dei giornalisti; fu anche ricercatore universitario. Dopo avere lavorato al “Corriere dà Informazione”, arrivò al “Corriere della Sera”, quale inviato e notista L’impegno di Tobagi sul terrorismo è datato dalla morte di Giangiacomo Feltrinelli (14 Marzo 1972) e, poi, dall’assassinio del Commissario Luigi Calabresi (17 maggio 1972). Da ciò nacque il suo impegno di conoscenza e di approfondimento delle iniziative militari delle brigate rosse con articoli riferiti ai covi terroristici scoperti a Milano, alla guerriglia urbana e ai tumulti e scontri politici per le strade durante le manifestazioni organizzate dai gruppuscoli estremisti di sinistra: da Lotta Continua a Potere Operaio e Avanguardia Operaia. Al Corriere della Sera Walter Tobagi diventa un “Personaggio simbolo” come un giornalista di avanguardia, che si sforza di capire e di studiare il fenomeno dei gruppi, che avevano scelto la lotta armata come opzione eversiva contro l’ordinamento costituzionale dello Stato. Si interessò agli attentati terroristici, soprattutto, delle Brigate rosse, di Prima Linea e di altre bande armate, che costituivano una galassia pericolosa di focolai di guerra rivoluzionaria. Il giornalista era noto, perchè seguiva tutte le vicende relative alla strategia della tensione e degli opposti estremismi. Aveva denunciato il pericolo del radicamento del terrorismo non solo tra gli studenti nelle Università, ma anche tra gli operai delle grandi fabbriche metal meccaniche dell’area milanese e tra gli abitanti dei quartieri popolari della periferia milanese, ove vivevano fasce sociali di proletariato e sottoproletariato urbano. In questo periodo scrisse anche il libro “Vivere e morire da giudice a Milano” per raccontare la storia del giudice Emilio Alessandrini, ucciso in viale Umbria (angolo via Muratori) all’età di 39 anni, mentre accompagna in macchina il suo figlio alla scuola elementare. L’orizzonte delle della sua attenzione e dei suoi articoli si allarga anche su certe realtà urbane a Genova e a Torino, tanto che parla del fenomeno del terrorismo come “Una risaia da prosciugare” e scriveva come i terroristi, con le loro esecuzioni spietate, “Vogliono i morti per sembrare vivi.”Per questo studiò non solo il pentitismo, anche nei suoi aspetti negativi, ma anche la vita del terrorista in clandestinità.

Tobagi svolgeva, altresì, un lavoro parallelo universitario e di ricercatore e non trascurava i temi economici. Si misurò con inchieste di diverse puntate sull’industria farmaceutica, la stampa, l’editoria e affrontò tematiche di politica estera riferite all’India, alla Cina, al Medio Oriente, alla Spagna, alla guerriglia nel Ciad, alla crisi economica e politica in Tunisia, alle violazioni dei diritti umani nella Grecia dei colonnelli e alle prospettive politiche in Algeria, e così via. Emblematico uno dei suoi ultimi articoli sul tema del terrorismo, intitolato ” Non sono samurai invincibili”. La sera prima del suo omicidio , Tobagi aveva partecipato ad un incontro al “Circolo della Stampa di Milano” per parlare sul tema della responsabilità dei giornalisti di fronte all’offensiva delle bande armate terroristiche. In tale incontro aveva ricordato una lunga serie dei loro attentanti in Italia e, in particolare, a Milano, concludendo il suo intervento con la frase ” Chissà a chi toccherà la prossima volta!” Sedici ore dopo, cadde sotto i colpi dei suoi feroci assassini.

L’ATTENTATO

Verso le ore 11 del 28 Maggio 1980 Walter Tobagi, inviato sul fronte terrorismo e cronista politico e sindacale del “Corriere della Sera”, era uscito dalla propria abitazione di piazza del Rosario e si stava recando, in quella mattinata piovosa, al garage per prendere l’auto in Via Salaino, 1 (angolo via Solari). Qui fu affrontato e ucciso, da un gruppo di fuoco di terroristi della “Brigata 28 Marzo”, composta da Marco Barbone, Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, buona parte dei quali figli di famiglie della borghesia milanese. Due membri del commando, Marco Barbone a fronte e Mario Marano di spalle al giornalista spararono cinque colpi di pistola. Un colpo sparato fu mortale e Walter, colpito al cuore, si accasciò al suolo in una orrenda pozza di sangue, mentre Barbone gli si avvicinò e gli esplose un colpo all’orecchio destro sinistro per dargli un inutile colpo di grazia. L’omicidio fu rivendicato con un volantino il cui testo sembrava redatto da una mano invisibile che conosceva i problemi legati alla carta stampata e a particolari della vita professionale di Walter Tobagi. Come avevano fatto a sapere a sapere i terroristi che Tobagi fece parte del Comitato di Redazione del CORSERA? Neanche il processo ha chiarito tale incongruenza.

IL MAXI PROCESSO

Nel giro di pochi mesi dopo la sua tragica uccisione, le indagini dei Carabinieri e della Magistratura portarono alla identificazione degli assassini terroristi di estrema sinistra. Marco Barbone, arrestato il 25 settembre del 1980, decise di collaborare con gli inquirenti. Grazie alle sue rivelazioni l’intera Brigata 28 marzo fu smantellata e furono incarcerati un centinaio di sospetti terroristi di sinistra, con i quali Barbone aveva avuto intensi contatti nella sua breve e intensa “carriera rivoluzionaria”. La Brigata 28 Marzo si costituì a Milano dopo l’uccisione di quattro esponenti delle brigate rosse, fra cui Riccardo Dura che aveva assassinato il Sindacalista Guido Rossa a Genova. I 4 terroristi della colonna brigatista genovesi furono sorpresi ed uccisi nel covo di “Via Fracchia”, per opera dei carabinieri della squadra antiterroristica. Nel corso delle indagini gli inquirenti accertarono che, da tempo, il giornalista Walter Tobagi era stato individuato come obiettivo mirato da parte degli estremisti di sinistra. Fu accertato il ruolo svolto dalla fidanzata di Barbone, Caterina Rosenzweig, appartenente da una ricca famiglia milanese, che nel 1978 aveva lungamente pedinato Tobagi, suo docente di storia moderna all’Università Statale di Milano. Arrestata nel 1980 verrà assolta per insufficienza di prove, anche se nel processo si accertò che il gruppo dei terroristi si ritrovava a casa sua, in via Solferino, a poca distanza dalla sede del Corriere della Sera, ove lavorava Tobagi. Dopo il processo, la Rosenzweig si trasferì in Brasile e ha fatto perdere le tracce. Il maxi – processo si tenne al Tribunale di Milano con ben 102 udienze contro l’area sovversiva di sinistra. Il dibattimento, iniziato il 1° marzo 1983, terminò il 28 novembre dello stesso anno. La sentenza suscitò molte polemiche, poichè il giudice Cusumano interpretò la legge sui pentiti in nodo difforme rispetto al Tribunale di Roma, che aveva condannato i terroristi pentiti a oltre 20 anni di carcere. Al contrario il Tribunale di Milano concesse il beneficio della libertà provvisoria con l’immediata scarcerazione degli imputati pentiti: Marco Barbone, Mario Ferrandi, Umberto Mazzola, Paolo Morandini, Pio Pugliese e Rocco Ricciardi. Fu anche discussa la scelta della magistratura di imbastire un processo con 150 imputati, con una metodo irrituale e con un’insolita uniformità di punti di vista tra il PM e la difesa di Barbone. Altrettanto insolita e inspiegabile la contrapposizione tra PM e Parte civile, la quale si è vista rifiutare ogni istanza di chiarimento delle dinamiche del delitto e le circostanze che hanno portato Marco Barbone a pentirsi e a metterlo al centro della sceneggiatura processuale, non come imputato di un delitto, ma come un referente privilegiato, che accusava i compagni di appartenenza alla lotta armata e alla “Guerriglia rossa”.

LA FAMIGLIA TOBAGI E LA SOLIDARIETA’ DELLA MEMORIA

I funerali furono celebrati nella parrocchia del Rosario dal Cardinale Carlo Maria Martini con la partecipazione di una enorme marea nera di folla, che aveva invaso la piazza e la chiesa. Tutta la Milano civile e democratica si compenetrò commossa al cordoglio cittadino e al lutto e dolore della famiglia. Walter Tobagi lasciò la moglie Maristella Olivieri e i due figlioletti Luca e Benedetta, che lo ricordano come un marito e un padre affettuoso e premuroso, fortemente legato alla sua famiglia e sempre attento e presente, nonostante i molteplici impegni professionali. Ai suoi familiari piace ricordare Walter come una persona generosa e attenta agli altri, per la quale l’impegno e la passione con cui si è dedicato alla sua professione e ai vari incarichi ricoperti non erano che uno dei modi di esprimere una personalità, caratterizzata da un coinvolgimento, un senso di responsabilità e una sensibilità molto grandi, tanto che nella sfera privata quanto nel sociale. La storiografia ha dedicato a Walter Tobagi una grande attenzione con cerimonie pubbliche, dibattiti, convegni, pubblicazioni. Si ricorda il libro della figlia Benedetta ” Come mi batte forte il cuore – Storia di mia padre”. Edizioni Einaudi, 2009. Il Comune di Milano ha dedicato a Walter Tobagi una via a Milano al quartiere Barona e, nel 2005, ha posto una targa alla memoria in via Salaino 2, sul luogo del delitto. Ben altri 39 Comuni d’Italia hanno sentito “il dovere della memoria”, dedicando una via che lo ricorda. Nel 2009 gli è stata anche intitolata la sede della “Scuola di Giornalismo” di via F. Filzi a Milano e una sala di incontro con la scultura del busto nella sede del Corriere della Sera in via Solferino, 28. Esistono anche alcuni Circoli culturali, Portali biografici, giornalistici e di letteratura, dedicati al giornalista scomparso
Il 23 gennaio 2008, gli fu dedicata una puntata speciale di Ballarò, in prima serata su Raiu3 col giornalista Giovanni Floris, che intervistò Benedetta la figlia di Walter.



Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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