venerdì , 24 novembre 2017
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Pierluigi Torregiani




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Pierluigi Torregiani, nato a Melzo (Mi) il 21 Novembre 1926, era titolare di una gioielleria nella semiperiferia Nord di Milano, precisamente, in via Mercantini nel quartiere storico e popolare della “Bovisa”. La sera del 22 gennaio del 1979, dopo un’esposizione di gioielli presso una TV privata, Torregiani, che aveva 42 anni, subì una rapina da parte di alcuni malviventi durante la cena che consumava, nella pizzeria-ristorante “Transatlantico” di via Marcello Malpighi (zona di Porta Venezia), insieme ai familiari ed amici. Il gioielliere e uno dei quattro suoi accompagnatori reagirono al tentativo di rapina e nacque un conflitto a fuoco con la morte di uno dei rapinatori e di un avventore di Catania, oltre al ferimento di alcune persone. I giornali dell’epoca diffusero l’immagine di Torregiani “sceriffo della borghesia”. Questo episodio suscitò la rabbia del Proletari Armati per il Comunismo (PAC), che espressero solidarietà alla piccola malavita, che compiva rapine, secondo la loro delirante testi rivoluzionaria, per “portare avanti il bisogno di giustizia proletaria”. Torregiani, benché fosse stato minacciato da ben intenzionati a vendicare la morte del rapinatore ucciso al ristorante, non ebbe alcuna scorta per garantirgli la vita.

ATTENTATO

Voglio ricordare un episodio di vita del gioielliere Torregiani. La sera prima che venisse ucciso aveva partecipato ad una cena, come sponsor sportivo, del Premio Saracinesca d’Argento, che assegnava il Premio al vincitore della squadra di Serie A, che veniva assegnato al migliore portiere. Il premio di una artistica “Coppa d’Argento”della gioielleria Torregiani, fu consegnato, il 15 febbraio 1979, al portiere della squadra calcistica “Milan”: Ricky Albertosi, il migliore della serie A. Tale episodio dimostra la normalità di vita di un uomo, che sapeva non solo adottare bambini, ma anche sponsorizzare iniziative sportive di grande eccellenza calcistica. Il 16 febbraio del 1979, Pierluigi Torregiani viene affrontato da un gruppo di fuoco terrorista mentre rientrava per l’apertura del suo negozio, dopo una pausa pranzo, verso le tre del pomeriggio, accompagnato dai figli Marisa e Alberto. L’orefice, che aveva subito una serie di minacce nelle settimane precedenti, indossava il giubotto antiproiettile e viene affrontato da quattro giovani armati . Torreggiani risponde al fuoco col suo revolver, ma il proiettile sparato raggiunge il figlio Alberto alla colonna vertebrale, che rimarrà paralizzato sulla sedia a rotelle Nello scontro l’orefice rimane sopraffatto e viene ucciso da un proiettile 357 Magnum, sparato dal terrorista Giuseppe Memeo, che lo colpisce. Il gioielliere crolla a terra e viene finito con un colpo alla testa, sparato da Gabriele Grimaldi. Giuseppe Memeo, già militante di “Autonomia Operaia” noto per gli scontri in via De Amicis, ove viene ucciso Antonio Custra, Agente Pubblica Sicurezza. Memeo che era uno studente dell’Istituto Tecnico Commerciale “Cattaneo” per Geometra di Piazza Vetra, entra poi nei PAC e diventa uno dei principali esponenti di questo gruppo terroristico, avendo come raggio di azione il quartiere po0polare della periferia milanese “Barona”. I quattro assalitori, subito dopo l’omicidio di Torregiani, fuggono verso una Opel parcheggiata, a breve distanza e partono a tutta velocità. L’auto abbandonata viene ritrovata a distanza di 1 km e i quattro salgono su una Renault della quale, un testimone oculare, rileva la targa che consegna alla polizia. Gli autori dell’assassinio sono quattro giovani individuati, quali militanti dei Proletari Armati per il Comunismo: Sebastiano Masala, Sante Fatone, Gabriele Grimaldi, Giuseppe Memeo. Durante il processo rei confessi, furono tutti condannati all’ergastolo. Al momento dell’uccisione Torregiani lascia la moglie Elena e tre figli: Anna, Marisa e Alberto. Nella sua condizione di invalido permanente da paraplegico, il figlio Alberto ha scritto un libro, assieme a Stefano Rabozzi, dal titolo “Ero in guerra e non lo sapevo” – Agar Edizioni e con prefazione del giornalista televisivo, Toni Capuozzo.

IL CASO BATTISTI

Cesare Battisti, nasce a Cisterno di Latina il 18 dicembre 1954, è un terrorista diventato scrittore di romanzi gialli. Nel 1968 si scrive al liceo, che abbandona nel 1971. Inizia così a vivere la sua adolescenza e gioventù nel teppismo e nella illegalità. Protagonista di una vita difficile è arrestato, per la prima volta nel 1972, accusato di rapina con sequestro di persona, compiuta a Sabaudia. Nel 1977 è maggiorenne e si rende colpevole di atti delinquenziali ed è rinchiuso nel carcere di Udine, ove conosce Arrigo Cavallina, l’ideologo dei Proletari Armati per il Comunismo e ne diventa un fanatico affiliato. Nel 1978, uscito dal carcere, si trasferisce a Milano. Nel 1979 è arrestato e detenuto nel carcere di Frosinone con una condanna a 13 anni e 5 mesi, per concorso, nell’omicidio del gioielliere Pierluigi Torregiani. Il 4 ottobre del 1981, il volgare assassino Battisti riesce, rocambolescamente, ad evadere dal carcere di Frosinone e si dà alla latitanza. Dapprima ripara a Porto Escondito (Messico). Dopo pochi mesi ripara in Francia in ragione della “dottrina Mitterand, che accoglie tutti i fuorusciti terroristi appartenenti ai gruppi rivoluzionari, prevalentemente, di estrema sinistra. Al contrario i terroristi di estrema destra trovano più facile accoglienza in Inghilterra, ove approda anche una minoranza rivoluzionaria comunista. Nel 1985, la Giustizia Italiana , comunque, processa Battisti in contumacia e lo condanna come responsabile di quattro omicidi. Tale sentenza viene confermata dalla Cassazione nel 1991. Nel 1988, anche la Corte d’Assise di Milano riconosce Battisti colpevole, come mandante, di 4 omicidi nelle persone di Antonio Santoro, Agente di custodia di Udine, ucciso il 6/06/1978; Lino Sabbadin, Macellaio, di Santa Maria di Sala in provincia di Venezia, assassinato il 16 febbraio 1979; Pierluigi Torregiani, Orefice, ucciso a Milano nel quartiere “Bovisa” sempre il 16 febbraio del 1979; Andrea Campagna, Agente di Pubblica Sicurezza, ucciso il 19 Aprile 1979, nel quartiere “Barona”. Dopo 7 processi la Cassazione conferma, nel 1993, con sentenze passate in giudicato, anche la condanna per concorso nei reati dei quattro omicidi, ma la sua latitanza ne impedisce la carcerazione e l’espiazione della pena. Nel 2004, dopo ripetute richieste di estradizione da parte del Tribunale di Milano di tutti i terroristi fuorusciti in Francia, a seguito del superamento della “dottrina Mitterand”, la Francia concede l’autorizzazione alla richiesta di estradizione, per trasferire Battisti in Italia. Questo terrorista è molto noto in Francia come scrittore giallista e gode della protezione e della solidarietà di molti intellettuali e del mondo politico di sinistra, che si adoperano per evitargli l’estradizione in Italia. Grazie a tali protezioni politiche e coadiuvato anche dai Servizi segreti francesi, risulta facile a Battisti lasciare, furtivamente, la Francia per trovare riparo in Brasile. Nel 2007 , il terrorista viene scoperto e arrestato, come clandestino, sulla spiaggia di Copacabana a Rio De Janeiro. Invano la Giustizia Italiana ne chiede l’estradizione per i delitti commessi e le condanna giudiziaria a quattro ergastoli per omicidi efferati. Il Governo brasiliano arresta Battisti e lo detiene in carcere a Brasilia sino al 9 giugno del 2011. Il 13 gennaio del 2009 Battisti ottiene, lo status di “rifugiato politico”, grazie al provvedimento definitivo della Avvocatura di Stato Brasiliana, la quale aveva espresso parere sfavorevole al rientro in Italia di Battisti. Il 31 Dicembre del 2010, l’allora Presidente uscente del Brasile: Luiz, Inacio Lula da Silva annuncia il rifiuto della estradizione in Italia e convalida il provvedimento “di rifugiato politico”. La vicenda Battisti suscita reazioni e sdegno nell’opinione pubblica italiana e divampa la polemica internazionale nei riguardi del comportamento delle autorità brasiliane sia per il diniego dell’estradizione e sia per l’affronto al sistema giudiziario italiano. L’Italia gioca l’ultima carta della protesta per la mancata estradizione ed investe della questione la Corte costituzionale brasiliana, che l’8 Giugno 2011 nega definitivamente l’ estradizione di un assassino. Battisti viene, pertanto, scarcerato e rimesso in libertà. Attualmente il terrorista continua a fare la “bella vita” in Brasile, beffando la giustizia italiano e i familiari delle vittime. A commento della grave decisione della Corte Suprema Brasiliana, già nel 2009, il nostro Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, esprime la sua a marezza e perplessità per la concessione dello “status di rifugiato politico” ad un assassino, dichiarato tale dalla Giustizia italiana, esprimendo la delusione e la contrarietà del popolo italiano per la decisione incomprensibile. Oggi che la vicenda è chiusa non rimane che l’amarezza e la macerazione interiore dei familiari delle vittime per l’impunità concessa a chi è stato protagonista dell’assassinio di quattro vittime innocenti.

Le altre tre vittime dei PAC di Cesare Battisti

1) Antonio Santoro, Guardia carceraria di Udine, ucciso il 06/06/1978
2) Andrea Campagna, guardia di Pubblica Sicurezza a Milano, ucciso il 19/04/1979
3) Lino Sabbadin, macellaio di Santa Maria di Sala (VE), ucciso il 16/02/1979

Antonio Iosa
Coordinatore Lombardo AIVITER


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