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Francesco Di Cataldo


 


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Testimonianza del figlio Alberto (Festa della Polizia penitenziaria 24 ottobre 2008)

Francesco DI CATALDO, Guardia penitenziaria 20 Aprile 1978

La memoria storica non è un punto di forza nazionale. Eppure Milano smentisce questa convinzione. Oggi infatti, la sala convegni del carcere di San Vittore verrà intitolata a mio padre, il Maresciallo Maggiore Scelto Francesco Di Cataldo, ucciso dalle brigate rosse il 20 aprile 1978.
E questa iniziativa, lo confesso rende felice me, mia madre Maria e mia sorella Paola.
Francesco Di Cataldo ha lavorato a San Vittore per 28 anni nel corpo degli agenti di custodia (dal 1990 Polizia Penitenziaria, corpo civile dello Stato). Nelle carriere militari, si è soliti, all’avanzare di grado, cambiare sede. Mio padre no. Da agente semplice nel 1950 e fino ai gradi di maresciallo maggiore scelto lavorò ininterrottamente in Piazza Filangieri.
L’Amministrazione Penitenziaria lo voleva lì. Perché?
Perché lavorava in un certo modo. E quel modo di lavorare, un modo molto milanese (apprezzata da lui, nato a Barletta il 20 settembre 1926), fu il vero motivo per cui la colonna delle brigate rosse, che operava in città, decise di ucciderlo.
Il sovraffollamento è un male antico di San Vittore. Mio padre non poteva decidere di edilizia carceraria o di provvedimenti di legge in grado di incidere sui flussi della popolazione detenuta. In un luogo già di per sua natura conflittuale come il carcere, e per di più sovraffollato, mio padre aveva solo due alternative: o fare il cosiddetto duro, cioè contrapporsi con ositilità ai detenuti e addossare tutte le colpe delle difficoltà quotidiane all’Amministrazione Penitenziaria e alla Politica; oppure contribuire a creare un clima, all’interno del carcere, meno drammatico.
Cioè tentare, pur tra mille ostacoli operativi, di applicare concretamente il secondo comma dell’art. 27 della Costituzione: “ Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Per perseguire questo obiettivo non si accontentò di scalare tutta la carriera di sottufficiale, arrivando al grado di comandante di San Vittore, ma diresse per moltissimi anni la farmacia, l’infermeria interna e divenne, persino, tecnico di radiologia medica.
Bisognava “andare incontro alle pressanti richieste della popolazione detenuta”, come lessi nelle innumerevoli minute di lettere da lui inviate ai superiori, che raccolsi un mese dopo la sua morte.
E tali richieste comportavano un attivismo e una presenza costante, instancabile.
Il dialogo con il cappellano del carcere era intenso.
Ogni giorno interrogava le suore, conosceva tutti gli avvocati difensori dei reclusi e aveva rapporti costanti con i vertici della magistratura milanese.
Parlava con i detenuti, naturalmente, e con i loro familiari.
E’ capitato che di sera, mentre cenavamo, suonasse il citofono. Erano ex detenuti che venivano a trovarlo. Mio padre li faceva salire e li riceveva. Agli agendi di custodia impartiva ordini e, allo stesso tempo, li circondava di affetto.
Di ciascun agente sapeva se era sposato e l’età dei figli. Conosceva le loro mogli e le loro fidanzate.
Ho conosciuto il Sud d’Italia attraverso le innumerevoli visite che, durante le vacanze estive, faceva ai colleghi. Un agosto finimmo tutti a Turi, in provincia di Bari.
Dopo che terminò di parlare con il comandante di quel carcere mi chiamò e mi disse:
Vedi, Alberto, quella cella?
“Lì fu rinchiuso un grande italiano, Antonio Gramsci!”
Mio padre era un uomo pacato e ambizioso. Lo seccava l’approsimazione e, a volte, risultava un po’ rompiballe. Aveva un attaccamento al lavoro formidabile.
In 28 anni di lavoro fece quattro giorni di malattia. Sapeva stare al suo posto, ma nel suo posto era attivo e infaticabile. Mio padre era discreto e di una riservatezza che rasentava la reticenza.
Agli inizi degli anni ’70, nel corso dell’ennesima rivolta carceraria, un quotidiano del pomeriggio uscì in prima pagina con la foto che ritraeva i detenuti sul tetto e un militare che, da solo e in bilico sulle tegole, parlava loro per convincerli a scendere.
La foto non era nitida, ma la sagoma di mio padre, un po’ targhiato e con la pancia, era inconfondibile. Negò di essere lui, e per porre fine subito alle domande ansiose di mia madre agitò il braccio e fece una smorfia tra il fastidio e il sorriso. Coltivava il senso della responsabilità individuale e sapeva mediare.
E mediare in quegli anni, a San Vittore, era difficile. Molto difficile, ma lui ci riusciva.
Durante gli anni ’70 divenne sempre più inquieto e dal 16 marzo 1978, 35 giorni prima di morire, mio padre non sorrise più. Eppure da qualche anno aveva intensificato, e parecchio, le sue uscite serali al cinema e a teatro.
Ritornò, in occasione del suo ventesimo anniversario di matrimonio, era il 1977, nella sua amata Londra.
Ricordo che mia madre, qualche volta, si spazientiva e faticava ad assecondare questa sua curiosità febbrile. Doveva “auscultare”, come diceva, enfatizzando la sua passione per la medicina, ciò che accadeva dentro il carcere, ma anche fuori da esso.
Ecco il punto. Mio padre non ha mai concepito San Vittore come un corpo isolato, ma come un pezzo, un “quartiere” di Milano.
Aveva nella sua testa l’idea che il carcere dovesse servire non solo al recupero dei detenuti, ma anche ai cittadini fuori, perché misurarsi con la sofferenza, cercare di lenirla, anche con poco, è un esercizio che serve a tutti e tutti, alla fine, se ne avvantaggiano.
“Ci rivedremo a Filippi”, (gli piaceva la storia romana), ripeteva spesso quando avvertiva nell’interlocutore dubbi su queste sue convinzioni.
Non coglievo, adolescente, la sua visione lunga.
La direzione strategica delle brigate rosse aprì la campagna delle carceri. Bisognava radicalizzare lo scontro. E un funzionario dello Stato di questo tipo era l’ostacolo che faceva impazzire i brigatisti eversori.
Il giorno che fu assassinato, quel 16 marzo 1978, la nostra casa si riempì di ex detenuti.
In quelle ore drammatiche e di smarrimento mio, di mia madre e di mia sorella, dissi al brigadiere P…, uno dei più fidati collaboratori di mio padre, che come familiari volevamo i funerali in forma privata.
Lui mi prese il braccio e mi strattonò brutalmente “Eh no caro” mi disse rabbioso: “Di Cataldo è tuo padre, ma è anche il nostro maresciallo” e accompagnò quel “nostro”, battendosi la mano su petto. Aveva ragione il brigadiere P…
Spesso leggiamo che a San Vittore si fanno sfilate di moda o si tengono concerti. Mia madre, quando legge queste notizie mi dice: “guarda che se si tengono quelle iniziative, lo si deve anche a tuo padre”. A distanza di trent’anni dentro quel carcere è rimasto molto di lui.
Mia padre lavorava così. E lo faceva con naturalezza. In modo assolutamente normale. Ma lavoravano così tutti i milanesi uccisi dalle “colonne delle brigate rosse e da prima linea”. Voglio ricordare Walter Tobagi.
Che bello oggi sedere a fianco della figlia Benedetta! Ricordo Luigi Marangoni, il direttore sanitario del Policlinico di Milano, e vedo quì la moglie Vanna tra noi.
Tutte le vittime del terrorismo sono legate allo stesso identico filo. Il filo del dovere, del gusto per il lavoro fatto bene. Il filo della pazienza e della costruzione graduale delle cose.
Come ha detto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel suo bellissimo e limpidissimo discorso del 9 maggio 2008, in occasione del “Giorno della memoria”, raccontiamo le storie di queste persone e di tutte le vittime. Le abbiamo trascurate per troppo tempo.
E Milano, anche in questo, torni ad essere la città che precede le altre. Sia la guida esemplare di come si conserva e di come si trasmette la memoria.


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