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Intitolazione parco a Francesco Di Cataldo 20 aprile 2013 – Cerimonia Francesco Di Cataldo, Guardia penitenziaria -Vittima del terrorismo, ucciso dalle b.r. il 20/04/78 – Intitolazione “Parco” in via Ponte Nuovo(ang. Via Tremelloni)

20 aprile 2013

Intitolazione parco a Francesco Di Cataldo

Intervento Giuliano Pisapia – Sindaco Comune di Milano

Cari amici,

È sempre doloroso ricordare un cittadino morto mentre compiva il proprio dovere al servizio della comunità, un servitore dello Stato ucciso mentre lavorava per garantire a tutti noi sicurezza e legalità. Milano però non vuole dimenticare i fatti dolorosi che hanno segnato la sua storia; soprattutto, non vuole dimenticare i suoi cittadini, di nascita o di adozione, che hanno dato la vita per il bene della propria città e del proprio Paese. è per questo che oggi dedichiamo questi giardini alla memoria del Maresciallo Maggiore Francesco Di Cataldo, Medaglia d’Oro al Merito Civile. Francesco Di Cataldo era nato a Barletta, ma ha sempre vissuto qui a Milano. In questa città si era trasferito giovanissimo e qui per tanti anni aveva prestato servizio come agente di custodia raggiungendo il grado di maresciallo e diventando vicecomandante del Carcere di San Vittore. Il suo era un lavoro che amava e in cui si impegnava con passione, professionalità e sensibilità. Francesco Di Cataldo credeva in una funzione sociale e positiva del carcere e nel suo lavoro cercava di tradurre in pratica quotidianamente queste convinzioni. I suoi principi erano gli stessi che animano oggi questa Amministrazione; è credendo in quei principi che, in questi mesi, abbiamo avviato politiche innovative per rendere le carceri sempre più integrate nella vita civile: penso alla firma della Carta deontologica dei giornalisti per l’informazione sui detenuti o alla nascita del Garante civico dei diritti delle persone private della libertà personale; una figura che abbiamo istituito in una seduta del Consiglio tenuta proprio all’interno del Carcere di San Vittore, cosa mai accaduta prima in Italia. Sono provvedimenti e progetti che anche Francesco Di Cataldo, con la sua concezione moderna e civile del mondo carcerario come luogo di crescita, di confronto e di riabilitazione avrebbe apprezzato. Fu proprio per l’incarico ricopriva, un ruolo difficile e delicato, e per lo spirito con cui lo svolgeva, ispirato al dialogo e all’ascolto, che Francesco Di Cataldo fu preso di mira dai brigatisti: Francesco subì numerose minacce e intimidazioni fino a quando, il 20 aprile del 1978, un commando della colonna Walter Alasia lo uccise a sangue freddo vicino alla sua abitazione, qui nel quartiere di Crescenzago. Fu un gesto vile che non solo tolse la vita a un innocente, ma gettò nel dolore la moglie e i suoi figli, i suoi cari, i colleghi e chi gli voleva bene, tra loro anche tanti detenuti che avevano imparato a conoscerlo e a stimarlo. Francesco Di Cataldo ha trovato la morte in anni in cui i valori venivano confusi e sovvertiti. Anni in cui vi fu chi considerò la violenza come mezzo di lotta politica, anni in cui vi fu ci pensò addirittura che gli omicidi e gli attentati potessero essere strumenti di liberazione e di giustizia sociale. Furono proprio il sangue versato da tanti innocenti e il dolore di tante famiglie distrutte a dimostrare da che parte stava la ragione; a condannare senza appello quella violenza insensata. Oggi ricordare chi perse la vita in quegli anni ci aiuta a ricostruire il valore autentico della libertà, che è fondata sulla pace, sulla non-violenza e sulla legalità democratica. Credo che dedicare un parco cittadino alla sua memoria, proprio alla vigilia della Festa della Liberazione, arricchisca momento di un significato ancora più profondo. Questa cerimonia sottolinea il legame indissolubile tra la lotta di Liberazione dal nazifascismo e la lotta che l’Italia Repubblicana ha sostenuto, con tanti caduti e vittime innocenti, per difendere la democrazia e le Istituzioni in quegli anni di follia e di violenza. Ricordare oggi il sacrificio di Francesco Di Cataldo significa quindi rinnovare l’impegno di una città intera per la libertà e per la democrazia. Milano, oggi come allora, è in prima fila per difendere, sostenere e riaffermare quei valori: i valori in cui credeva Francesco e in cui credevano i tanti servitori dello Stato che hanno dato la vita per difendere il nostro diritto a vivere in un’Italia democratica, pacifica e libera. Grazie.

Il mio pensiero va alle vittime della tragica maratona di Boston: a Martin il bambino di 8 anni, che aspettava il papà al traguardo assieme e alla sorellina e alla mamma. rimaste gravemente ferite. Tre morti e oltre 150 feriti, questo l’amaro bilancio della strategia della paura di fanatici assassini fuorilegge. Sono grato al Comune di Milano per l’intitolazione del Parco dedicato a Francesco Di Cataldo e ringrazio le autorità presenti: dr. Giovanni Tamburino, Direttore Nazionale Amministrazione Penitenziaria, il dr. Luigi Pagano Direttore Regionale della Lombardia. Ringrazio l’Associazione Nazionale di Polizia Penitenziaria che, ricorda, ogni anno, le vittime del terrorismo, quando fu versato un fiume di sangue, che troppi smemorati vorrebbero dimenticare. Grazie al Presidente della Provincia di Milano, immancabilmente presente alle nostre cerimonie, alle Associazioni, ai cittadini di questo quartiere popolare della periferia di Milano: Crescenzago. Siamo qui a riflettere e a ragionare sulla figura di Francesco Di Cataldo, Comandante degli Agenti di Custodia, ucciso 35 anni fa. Il fronte carcerario del terrorismo fu, negli anni di piombo, particolarmente attivo all’interno degli istituti di pena, ove operavano terroristi, che inneggiavano alla lotta armata, plaudivano ad ogni assassinio politico e indottrinavano i detenuti comuni alla guerriglia, con sommosse carcerarie e tentativi di evasione. Le carceri italiane vivevano la tragica campagna di intimidazione, posta in essere dai terroristi, che reclamavano impunità con lo slogan “la rivoluzione non si processa”. Minacciosa era la richiesta di liberazione dei loro compagni detenuti per smantellare il circuito della differenzazione delle pene, ossia il circuito del rigore e dell’inasprimento delle pene previste per i reati di terrorismo. In questo clima di violenza della folle eversione armata, il Ministero di Grazia e Giustizia e l’Amministrazione Penitenziaria contarono morti e feriti. Si ebbero 10 magistrati assassinati: Francesco Coco, Vittorio Occorsio, Riccardo Palma, Girolamo Tartaglione, Fedele Calvosa, Nino Giacumba, Mario Amato e i due giudici milanesi Emilio Alessandrini e Guido Galli. 9 Agenti di custodia penitenziaria pagarono con la vita il loro senso del dovere. Ricordo Germana Stefanini , Raffaele Cinotti , Giuseppe Turci uccisi a Roma; Giuseppe Lorusso e Lorenzo Cotugno a Torino; Antonio Santoro a Udine; Franco Battagliarin a Venezia, mentre a Milano furono assassinati gli Agenti di custodia di San Vittore Francesco Rucci e Francesco Di Cataldo, che oggi ricordiamo, con l’ intitolazione do questo Parco “alla memoria”. Il “fronte carcerario” caldeggiava anche i sequestri di persona, come arma di ricatto per liberare i terroristi in carcere. Basta ricordare i due sequestri dei giudici Mario Sossi e Adolfo D’Urso, il ferimento dell’ing. Sergio Lenci con un colpo di pistola alla testa e l’uccisione dell’avv. Fulvio Croce, per rendersi conto quanto era bollente e pericoloso il fronte carcerario, che emanava direttive per uccidere anche fuori dal carcere. Abbiamo ancora troppo ritardi etici, storici e culturali per una stagione di angoscia, di tensione, di scontro politico e fisico, di sangue e d’annientamento di un nemico inesistente. I terroristi dichiararono una guerra civile unilaterale nella logica aberrante che la vita umana non conta, quando l’atto di uccidere è guidata da una ragione superiore folle, fanatica, totalizzate. La cosiddetta “lotta armata” divenne lotta criminale e assassina contro vittime innocenti e inermi. Possiamo accettare il male, ch’è parte della vita, ma accettare il dolore delle vedove e degli orfani è cosa eroica, perché la sofferenza non si può cancellare. Facciamo quindi silenzio di fronte al dolore e rivendichiamo il diritto inalienabile al dovere della memoria e alla vita umana, che rappresentano le motivazioni del pensiero e dell’anima dei familiari delle vittime, spesso inascoltate e in solitudine.

 

***

Il Parco di Cataldo rientra negli ” itinerari didattici” che il Comune e l’Aiviter Lombardia hanno effettuato nella città di Milano per insegnare ai milanesi il dovere alla memoria collettiva, per educare le nuove generazioni alla legalità, alla non violenza. al rispetto della vita umana. La figura umana Di Cataldo emerge come un eroe della normalità, della quotidianità e dell’impegno di vita dedito alla famiglia, al lavoro e al proprio dovere. Da oggi, Di Cataldo vive tra la gente del suo quartiere di Crescenzago, che non dimentica un cittadino che viveva come uno loro e che fu ucciso qui in via Ponte Nuovo mentre si recava al lavoro. Un abbraccio corale alla vedova Maria Violante e ai figli Paola e Alberto qui presenti.

Antonio Iosa coordinatore AIVITER Lombardia

La memoria storica non è un punto di forza di noi italiani. Eppure Milano smentisce questa convinzione. Oggi infatti, questo bel parco frequentato da famiglie con bambini tra i quartieri di Crescenzago e Precotto, verrà intitolato a nostro padre, il Maresciallo Maggiore Scelto Francesco Di Cataldo, ucciso dalle Brigate Rosse il 20 aprile 1978, in via Ponte Nuovo, all’angolo con via Caroli, a poche centinaia di metri da qui. E questa iniziativa – insieme alla medaglia d’oro di Benemerenza civica che il Comune di Milano ha conferito alla Memoria di papà – rende felice noi, nostra madre e i suoi nipoti. Francesco Di Cataldo ha lavorato a San Vittore per 28 anni nel corpo degli Agenti di Custodia (dal 1990 Polizia Penitenziaria, corpo civile dello Stato). Nelle carriere militari, si è soliti, all’avanzare di grado, cambiare sede. Papà no. Da agente semplice nel 1950 e fino ai gradi di Maresciallo Maggiore Scelto lavorò ininterrottamente in Piazza Filangieri. L’Amministrazione Penitenziaria lo voleva là. Perché? Perché lavorava in un certo modo. E quel modo di lavorare, un modo molto milanese (apprezzato da lui, nato a Barletta il 20 settembre 1926), fu il vero motivo per cui la colonna delle Brigate Rosse che operava in città decise di ucciderlo. Il sovraffollamento, lo vediamo ancora oggi, è un male antico di San Vittore come di tutto il sistema carcerario nazionale. Ma lui non poteva decidere di edilizia carceraria o di provvedimenti di legge in grado di incidere sui flussi della popolazione detenuta. In un luogo già per sua natura conflittuale come il carcere, e per di più sovraffollato, aveva solo due alternative: o fare il cosiddetto duro, cioè contrapporsi con ostilità ai detenuti e addossare tutte le colpe delle difficoltà quotidiane all’Amministrazione Penitenziaria centrale e alla Politica oppure contribuire a creare un clima, all’interno del carcere, meno drammatico. Cioè tentare, pur tra mille ostacoli operativi, di applicare concretamente il secondo comma dell’art. 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Per perseguire questo obiettivo non si accontentò di scalare tutta la carriera di sottufficiale, arrivando al grado di vice comandante di San Vittore (per fare il comandante era obbligatorio risiedere nell’appartamento interno al carcere, ma lui non volle portarci la famiglia) ma diresse per moltissimi anni la farmacia, l’infermeria interna e divenne persino tecnico di radiologia medica. Bisognava “andare incontro alle pressanti richieste della popolazione detenuta” come si legge nelle innumerevoli minute delle lettere da lui inviate ai superiori raccolte dopo la sua morte. E tali richieste comportavano un attivismo e una presenza costante, instancabile. Il dialogo con il cappellano del carcere era intenso. Ogni giorno interrogava le suore che lavoravano nel carcere, conosceva tutti gli avvocati difensori dei reclusi e aveva rapporti costanti con i vertici della Magistratura milanese. Parlava con i detenuti, naturalmente, e con i loro familiari. E’ capitato che di sera mentre cenavamo, suonasse il citofono. Erano ex detenuti che venivano a trovarlo. Papà li faceva salire e li riceveva. Agli Agenti di Custodia impartiva ordini e, al tempo stesso, li circondava di affetto. Di ciascun agente sapeva se era sposato e l’età dei figli. Conosceva le loro mogli e le loro fidanzate. Abbiamo scoperto il Sud Italia attraverso le innumerevoli visite che durante le vacanze estive faceva ai colleghi. Papà era un uomo pacato e ambizioso. Lo seccava l’approssimazione e a volte risultava un po’ rompiballe. Aveva un attaccamento al lavoro formidabile. In 28 anni di servizio fece quattro giorni di malattia. Sapeva stare al suo posto ma nel suo posto era attivo e infaticabile. Papà era discreto e di una riservatezza che rasentava la reticenza. Agli inizi degli anni ’70, nel corso dell’ennesima rivolta carceraria, un quotidiano del pomeriggio uscì in prima pagina con la foto che ritraeva i detenuti sul tetto e un militare che da solo e in bilico sulle tegole parlava loro per convincerli a scendere. La foto non era nitida ma la sagoma di papà, un po’ tarchiato e con la pancia, era inconfondibile. Negò di essere lui, e per porre fine subito alle domande ansiose di mia mamma agitò il braccio e fece una smorfia tra il fastidio e il sorriso. Coltivava il senso della responsabilità individuale e sapeva mediare. E mediare in quegli anni, a San Vittore, era difficile. Molto difficile. Ma lui ci riusciva. Durante gli anni ’70 divenne sempre più inquieto e dal 16 marzo 1978, il giorno del rapimento di Aldo Moro, papà non sorrise più. Eppure da qualche anno aveva intensificato, e parecchio, le sue uscite serali al cinema e a teatro. Ritornò, in occasione del suo ventesimo anniversario di matrimonio, era il 1977, nella sua amata Londra. La mamma qualche volta si spazientiva e faticava ad assecondare questa sua curiosità febbrile. Doveva “auscultare”, come diceva enfatizzando la sua passione per la medicina, ciò che accadeva dentro il carcere ma anche fuori da esso. Ecco il punto! Papà non ha mai concepito San Vittore come un corpo isolato, ma come un pezzo, un “quartiere” di Milano. Aveva nella sua testa l’idea che il carcere dovesse servire non solo al recupero dei detenuti ma anche ai cittadini fuori, perché misurarsi con la sofferenza, cercare di lenirla, anche con poco, è un esercizio che serve a tutti e tutti, alla fine, se ne avvantaggiano. “Ci rivedremo a Filippi” (gli piaceva la storia romana) ripeteva spesso quando avvertiva nell’interlocutore dubbi su queste sue convinzioni. Non coglievamo, in quel momento, la sua visione lunga. La direzione strategica delle Brigate Rosse aprì la campagna delle carceri. Bisognava radicalizzare lo scontro. E un funzionario dello Stato di questo tipo, era l’ostacolo che faceva impazzire i brigatisti. Il giorno che fu assassinato la nostra casa si riempì di gente: parenti, amici, semplici conoscenti, ex detenuti, Agenti di Custodia. In quelle ore drammatiche e di smarrimento, dicemmo al brigadiere P., uno dei più fidati collaboratori di papà, che come familiari volevamo i funerali in forma privata. Lui ci disse, con tono rabbioso: “Eh no, cari”. Poi aggiunse: “Di Cataldo è vostro padre ma è anche il nostro maresciallo”. E accompagnò quel “nostro” battendosi la mano sul petto. Aveva ragione il brigadiere P. Spesso leggiamo che a San Vittore si fanno mostre, sfilate di moda o si tengono concerti. Mamma, quando legge queste notizie dice: “Ma guardate che se riescono a fare quelle iniziative lo si deve anche a vostro padre”. A distanza di trentacinque anni, dentro quel carcere, è rimasto ancora molto di lui. Papà lavorava così. E lo faceva con naturalezza. In modo assolutamente normale. Ma lavoravano così tutti i milanesi uccisi dalle brigate rosse e da prima linea: da Francesco Rucci a Walter Tobagi a Luigi Marangoni, da Guido Galli ad Emilio Alessandrini. Da Renato Briano, ucciso nel vagone della metropolitana alla fermata di Gorla, a Manfredo Mazzanti, per citarne solo alcuni. Ma tutti legati allo stesso identico filo. Il filo del dovere, del gusto per il lavoro fatto bene. Il filo della pazienza e della costruzione graduale delle cose. Per affrontare bene le difficoltà di oggi raccontiamo le storie di queste persone. Le abbiamo trascurate per troppo tempo. E Milano, anche in questo, torni ad essere la città che precede le altre. Sia la guida esemplare di come si conserva e di come si trasmette la memoria.

Paola e Alberto Di Cataldo