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In memoria di Lorenzo Pinto, fratello di Luigi, una delle otto vittime della strage di Piazza Loggia, venuto improvvisamente a mancare l’1 gennaio nella sua dimora a Roma

15 gennaio 2011

In memoria di Lorenzo Pinto, fratello di Luigi, una delle otto vittime della strage di Piazza della Loggia

Si è spento improvvisamente Lorenzo Pinto, fratello di Luigi, una delle otto vittime della strage di Piazza Loggia.

Pinto, che aveva appena 17 anni quando lo scoppio della bomba gli strappò il fratello maggiore, allora 31enne e insegnante a Montisola, è scomparso nel pomeriggio di sabato, 1 gennaio, a Roma, dove viveva.

Originario di Foggia, aveva 54 anni, 37 dei quali trascorsi nella speranza di ottenere giustizia per quel lutto terribile che aveva segnato la sua famiglia. Una speranza accompagnata da un impegno profuso senza riserve, e che fino al 16 novembre lo aveva visto più volte in aula al Palagiustizia per assistere alle udienze del processo per la strage.

Non più tardi del 1 dicembre, un mese esatto prima della sua prematura scomparsa, era stato ricevuto assieme a Filippo Iannacci in rappresentanza dei familiari delle vittime da Massimo D’Alema, presidente del Copasir, dopo il lancio dell’appello per la rimozione del segreto di Stato all’indomani della sentenza assolutoria per la strage.

“Per Lorenzo Pinto, il fratello Luigi era stato come un padre – ricorda commosso Manlio Milani, presidente della Associazione dei familiari delle vittime della strage, che con lui ha condiviso la lunga lotta per la giustizia -. La sua è una perdita importante e amara, che avviene per giunta a ridosso della sentenza. Una combinazione tragica, che segue di soli tre anni la morte della vedova di Luigi Pinto. Entrambi erano logorati dalla mancanza di giustizia”.

Il modo migliore per ricordarlo è quello di riproporre una lettera che scrisse per La Repubblica il 29 maggio 2002, in ricordo del fratello Luigi, deceduto nella strage di Piazza della Loggia.

“Gino guarda Lorenzo, Gino guarda Lorenzo”, – …così prega la madre di Gino, oramai settantatreenne e si raccomanda al Dio buono degli uomini di proteggere le persone care rimaste. Gino, così chiamiamo Luigi nel sud dell’Italia, non fu poi molto fortunato.

Ritornò in una cassa di mogano, avvolta in una bandiera tricolore da un lato e dall’altra con una bandiera rossa. Morì perché era di spalle a un cestino portarifiuti imbottito di tritolo, fatto esplodere la mattina del 28 maggio del 1974 a Brescia, in piazza della Loggia.

Gino era sposato da otto mesi, con una donna dai capelli d’oro, una donna del Nord. Io ero poco più di un ragazzo e sognavo Di Vittorio al posto di Robin Hood – “Di Vittorio conosce il vocabolario italiano a memoria!”, dicevano i vecchi della sezione comunista.

Tre processi, quattro istruttorie, la quinta è in corso, 28 anni sono trascorsi, nessuna verità giudiziaria. A volte mi chiedo come possono vivere o come hanno potuto vivere questi personaggi. Come hanno potuto accarezzare la fronte dei propri figli, baciato la donna amata, sognato se mai un mondo migliore?

Io non parlo e non chiedo la giustizia dei tribunali. Stando alle pronunce dei tribunali, Mussolini non ebbe parte nell’omicidio di Matteotti, Trotzkji si un’ a Hitler contro l’Urss, Sacco e Vanzetti erano colpevoli, Persano fu l’unico responsabile di Lissa, Anna Bolena meritò la decapitazione perché adultera e Giovanna d’Arco il rogo perché vestiva abiti maschili. In sede storica la decisione dei tribunali è stata spesso un buon viatico per la tesi opposta.

Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto.
Da molto tempo le stragi non sono più raccontate; commemorate, sì, ma ridotte a eventi lapidari.

La memoria è duratura se è un racconto ripetuto: racconto, cioè svolgimento narrativo e non rappresentazione di un evento isolato; ripetuto, in quanto abbia un senso al mutare del contesto e delle generazioni.

Io, adesso, non sono più un ragazzo che sogna “Di Vittorio al posto di Robin Hood”, sogno come sarebbe stato mio fratello Gino, i suoi occhi ridenti, e se fossi stato lo zio dei suoi figli avrei cantato loro la ninna nanna della mia terra. Non è così.

Dovremo avere un giorno della memoria, come per le vittime dei campi di sterminio, dedicato ai caduti per stragi, terrorismo, mafia. Un giorno dell’anno, rosso sul calendario.”

di Lorenzo Pinto

(lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 29 maggio 2002)