mercoledì , 15 agosto 2018
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“Il terrorismo…fu lotta politica, criminale ed eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato democratico” – di Antonio Iosa, coordinatore lombardo AIVITER

Il terrorismo di qualsiasi matrice non fu lotta armata, ma lotta politica, criminale ed eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato democratico
– di Antonio Iosa dell’AIVITER –

NESSUNO TOCCHI CAINO, MA NESSUNO DIMENTICHI ABELE

Altro che giustizia riparativa!

Il dolore delle vedove e dei feriti non è bastato! In Italia c’è voluto anche quello dei figli delle vittime, ormai cresciuti, per ottenere attenzione e per dare voce a chi ha sofferto e soffre nel riscrivere la storia del terrorismo dal loro punto di vista.

Prima di allora la storia degli “Anni di piombo” era stata narrata dagli accademici, dai politici, dagli ex terroristi e dai mass media con il proliferare di studi, ricerche, interviste sempre dirette a giustificare e a comprendere le motivazioni politiche di quanti avevano scelto la sovversione armata, praticando odio e violenza e seminando distruzione e morte.

Gli ex terroristi hanno pontificato dalle radio e dalle televisioni pubbliche e private. Sono stati storicamente protagonisti di interviste memorabili da parte dei giornali. Sono stati “cattivi maestri ieri” e fatti diventare “ottimi educatori oggi. Sono stati trattati da una cinematografia italiana ideologizzata come eroi, benefattori, missionari e combattenti per la giustizia sociale e un mondo migliore. Hanno goduto dallo Stato Leggi premiali, dalla Magistratura sconti di pene e scarcerazioni e dalla Chiesa l’indulgenza plenaria.

Le vittime non avevano voce, isolate nella loro solitudine e condannate all’oblio perché testimoni scomodi di una cattiva coscienza del Paese. Lo Stato doveva trovare una soluzione politica per sconfiggere il terrorismo sia pure con leggi premiali. La Chiesa doveva e deve portare in Paradiso tutti i terroristi attraverso un cammino di redenzione e di ravvedimento più o meno sincero, Questi comportamenti sono stati una somma ingiustizia e un macigno sulla devastazione psicologia dei familiari delle vittime, ignorate lungamente nella sofferenza quotidiana. L’opinione pubblica, abilmente orchestrata e manipolata, fu orientata a capire più le ragioni dei terroristi che a schierarsi dalla parte delle vittime. Le vittime sono state considerate dallo Stato come un ingombro e un fastidioso fardello di sopportazione che non dovevano fiatare sul tema dell’indulto, delle amnistia, della pacificazione nazionale. Anche la cultura politica dominante dell’epoca pensava più al recupero degli ex terroristi e al loro protagonismo mediatico, senza rendersi conto di causare lacerazioni, aprire ferite, senza offrire alcuna prospettive di apertura a un dialogo e un confronto possibile di riconciliazione fra vittime ed ex terroristi.

Solo 30 anni dopo, con la legge istitutiva del 4 maggio 2007 con la celebrazione della prima “Giornata della Memoria del 9 maggio 2008”, le vittime hanno trovato visibilità per merito del Presidente della Repubblica, on. Giorgio Napolitano, per riconoscere ufficialmente la centralità delle figure delle vittime e del dolore dei familiari, nell’impegno istituzionale del mantenimento e della diffusione al dovere della “memoria condivisa” e dalla valorizzazione del punto di vista storico dei familiari dei caduti.

E’ pertanto inaccettabile, nel 2011, l’idea del libro di Sergio Segio – La Prima Linea – nella cui dedica è scritto: “Ho sempre creduto che l’amore e il comunismo si debbano sposare” e prosegue “A tutti i figli e le figlie dei nostri compagni. Perché crescendo e cominciando a sapere e a capire, non gli venga mai meno la certezza, che i loro genitori sono state persone buone e leali… e che hanno lottato, con generosità e coraggio, per un mondo migliore e più giusto”.

La maggioranza dei teorici e degli autori della lotta rivoluzionari non si è discostata da tali rivendicazioni.

Non si può, a mio avviso, rivendicare un quadro di riconoscimento storico che nobilita la lotta armata e, di fatto, restituisca un “mito romantico” alle motivazioni ideali di una scelta scellerata. Si tratta sempre di una loro narrazione storica apologetica che, fatto, esalta i protagonisti sovversivi, che hanno compiuto, con fredda lucidità , omicidi politici mirati e inneggiato e brindato ai loro crimini.

A me pare che non esiste pari dignità tra vittime e rei, dal momento che gli ex terroristi pretendono di essere considerati eroi dell’antifascismo militante per la liberazione dell’Italia da chissà quale farneticante e inesistente dittatura.

Ho l’impressione che volere riscrivere, ad ogni costo, la storia del terrorismo dal punto di vista degli antagonisti, non porta ad una lettura semplificata della realtà degli anni’70, tanto meno all’accertamento della verità, semmai nasce il tentativo di giustificare l’ideologia della violenza politica e di nobilitare l’assassinio politico.

Si sta rischiando, veramente, di storicizzare “gli anni di piombo” dal punto di vista degli ex terroristi, come se l’avvenuta espiazione possa giustificare quello che ieri era un male (cioè un assassinio), per diventare un bene oggi. Non si possono nobilitare gli ex terroristi, con la convinzione, che i delitti da essi compiuti volevano cambiare il mondo.

Si sta assistendo al comportamento di alcune vittime che, prese dalla fregola del perdono e della riconciliazione, non riescono più a distinguere l’errore dall’errante. Abbracciando di fatto l’errante abbracciano l’errore sulla legittimità dell’opzione violenta e rivoluzionaria in un contesto storico difficile e problematico della democrazia italiana.

Con quale faccia tosta si può sostenere che nelle scelte terroristiche ci fosse dedizione e amore nel perseguire nobili ideali, uccidendo le persone?

Come si fa a dire che la lotta armata non voleva essere e non vuole essere terrorismo, ma solo un’organizzazione politica, che operava, con dedizione e amore, per cambiare la società, sino a fare esaltazione dei delitti, con l’obbrobrioso pretesto che le vittime erano obiettivi mirati “per la funzione che coprivano e quindi simboli e non uomini in carne ed ossa”?

Eppure la maggior parte degli assassinii e ferimenti compiuti colpivano poveri cristi, che nulla avevano a che fare con la “ funzione o i simboli del potere”!

Chi può sostenere, ora, che chi è disposto a morire, ha il diritto morale di uccidere gli innocenti?

Personalmente preferisco essere ucciso per le mie idee, piuttosto che uccidere per affermare le mie con la violenza!
Gli slogan minacciosi rivoluzionari, le rapine, gli incendi, gli scontri di piazza, il traffico di armi, gli espropri proletari, le guerriglie urbane, i sequestri, i ferimenti, le uccisioni non hanno forse provocato nel popolo italiano un clima di terrore, di paura, di insicurezza, di coprifuoco?

E perché ostinarsi a credere che la lotta armata non fu terrorismo e pretendere che le presunte idealità potessero far sorgere un movimento di trasformazione o di miglioramento della società con la pratica della violenza cieca?

Credo e continuo a credere nel dialogo, nel confronto, nella capacità di ascolto, né vivo nel congelamento della memoria chiusa sul passato per reclamare vendetta e tanto meno mi sento un guerrigliero della memoria, come se fossi in un’isola giapponese.

L’incontro fra chi ha offeso e chi è stato offeso non ci fa recuperare il senso del vivere comune e tanto meno proseguire nel percorso di pacificazione, se si ha la pretesa di mettere a fuoco il passato per crogiolarsi, nostalgicamente, nel contesto storico del “mito romantico rivoluzionario!

Né è accettabile rivendicare una identità di scelte sbagliate, che sono state già ripudiate con il percorso di cambiamento interiore da parte di molti ex terroristi.

Allora è anacronistico continuare a “menare il torrone” con i deliri di chi sognava il bene del popolo, uccidendo le persone e pretendere la dignità umana per i cosiddetti combattenti che non hanno tenuto in alcuna considerazione la dignità umana delle vittima sacrificata col delitto.

Le vittime possono andare oltre la prigionia e l’espiazione del reo e si mettono in dialogo, per confrontarsi e ricostruire un futuro senza l’odio politico e l’accecamento di ideologie fanatiche e di morte . Tale disponibilità d’animo non presuppone la giustificazione storica dei reati commessi, né considera lecito nascondersi dietro la giusta causa della lotta armata, che ha tolto la vita e ha ucciso la speranza.

Ho l’impressione che si voglia negare o annacquare l’assunzione di responsabilità, sia pure dopo avere espiato la pena di un ergastolo, che non esiste in Italia!

Le vittime dialoganti non sono la classica foglia di fico per esaudire le richieste degli ex terroristi e tanto meno, rapportarsi con gli “ex compagni che hanno sbagliato “per la comune militanza all’interno del vecchio PCI.

Alcune vittime non possono ragionare come se si fosse all’interno di correnti del proprio partito o peggio abbandonarsi al buonismo, con la scusa del perdono cristiano o di un generico “volemosi bene”, che giustifica e assolve ogni atto rivoluzionario!

LA LOTTA ARMATA, COME EVERSIONE DI ESTREMA DESTRA E SOVVERSIONE DI ESTREMA SINISTRA, FU CRIMINE POLITICO E TERRORISMO

La lotta armata o meglio terrorismo va considerato un crimine politico per il suo comportamento illegittimo ed eversivo contro l’ordinamento costituzionale dello Stato.

Il terrorismo, come nel caso di quello di estrema sinistra e di estrema destra, si è manifestato come antistato con la ferocia di una giustizia sommaria, con i suoi processi del popolo.

Basta pensare all’infamia e all’orrore suscitati dalla corte marziale, che ha condannato a morte l’on Aldo Moro; a quella di Giovanni Senzani, che ha condannato Roberto Peci; ai processi fatti ai docenti universitari e ai sequestrati e, persino, al processo fatto a 4 democristiani, condannati a morte e colpevoli soltanto perché i carabinieri avevano ucciso quattro terroristi in via Fracchia, a Genova e, poi, graziati con il rito della gambizzazione in una sezione periferica dc di Milano.

Si pensi al Tribunale del popolo di Senzani che, al canto dell’Internazionale, uccise il proletario Roberto Peci, certamente innocente dei capi di imputazione addebitatigli durante la farsa del tragico Tribunale del Popolo brigatista, immortalando il tragico evento con un raccapricciante documento filmato.

Il processo proletario ha portato sempre ad una ingiustizia, senza giusto processo. Si pensi ai tanti motti terroristici fra i quali. “colpisci uno per educare cento” o a “mordi e fuggi e alle minacce”, per capire che la lotta armata fu veramente stagione di terrore e di paura.

L’ideologia rivoluzionaria esercita sempre una giustizia spietata, che sospende le garanzie istituzionali e non ammette pietà, anzi è lo Stato che viene imputato.

L’unico cambiamento possibile è quello d’imporlo con la forza, attraverso una fredda razionalità, che uccide con crudeltà e disumanità.

Non fa meraviglia se tutti i brigatisti incarcerati o racchiusi nelle gabbie, durante il loro processo, abbiano sempre esaltato e rivendicato gli atti di omicidi politici, come gesti eroici.

Lo spettro identitario della violenza politica, che vuole annientare il nemico, è stato una bestia del fanatismo ideologico che si è autoalimentato a dismisura, occupando la scena politica degli anni ’70 con strategie e metodi di una lotta eversiva di stampo terroristico.

Fu quella una stagione di angoscia e tensione, di scontro politico e fisico, di sangue e deliri rivoluzionari per distruggere, uccidere, annientare la Democrazia nel nostro Paese.

La lotta armata o guerra civile, è stata dichiarata unilateralmente dai terroristi di destra e di sinistra, trovando nel contesto storico dell’epoca motivazioni, elaborate da cattivi maestri, che spinsero alla sovversione migliaia di giovani fanatici.

La violenza prima teorizzata, poi diventata minaccia, sbocca, infine, nella pratica dell’antagonismo armato, attraverso un progetto identitario che si illudeva di fornire una legittimazione e credibilità al mito della palingenesi per abbattere lo “Stato”. In Italia vigeva un quadro di’ordinamento democratico, scaturito dalla Resistenza e sancito dal “Patto Costituzionale” del 1948, tra le forze politiche cattoliche, comuniste, socialiste e liberali.

PERCHE’ LA LOTTA ARMATA NON FU GUERRA CIVILE E CONDUSSE ALLA DESERTIFICAZIONE DELLA PARTECIPAZIONE E DELLE LOTTE

Il terrorismo non ha quindi origine da una semplice situazione di sfruttamento o di inaccettabilità delle condizioni sociali, ma è portato ad un’analisi ipercontestualizzazione storica della realtà politica italiana e di una sua logica intrinseca intrisa da una ideologia fideistica e dogmatica, mutuata dei teorici della rivoluzione.

In nome della classe operaia e contadina si elaborà la presa del potere delle masse, attraverso il metodo della violenza contro un presunto Stato considerato borghese e succube dell’imperialismo americano e delle multinazionali.

L’Italia, nel quadro degli accordi internazionali, faceva parte del blocco occidentale della alleanza atlantica. I partiti democratici italiani dell’arco costituzionale e gli americani mai avrebbero permesso che l’Italia passasse, attraverso la rivoluzione di estremismo marxista , al “Patto di Varsavia”, dominato dalla dittatura comunista dell’URSS e dei Paesi dell’est.
Tutti coloro che avevano teorizzato il “balzo in avanti di una inesistente guerra civile” hanno illuso le masse e hanno sgretolato ogni sicurezza della vita quotidiana del Paese, come se in Italia fossero possibili la vittoria golpista dell’ eversione neofascista di estrema destra e in alternativa la vittoria dell’Antifascismo militante dei gruppi sovversivi di estrema sinistra, completamente fuori di testa e fuori dal mondo e distaccati dalla realtà storica.

Il rapporto di forza fra il potere di un Stato democratico organizzato e le forze insurrezionaliste o terroristiche, appare profondamente lacerato da sparuti gruppi ribelli di terroristi, tecnicamente agguerriti, ma capaci solo di provocare singole stragi e delitti, per mettere in difficoltà la democrazia, in quanto privi di una coesione rivoluzionaria.

Non esisteva, in Italia, un governo fascista, ma solo tentativi di gruppi estremisti neofascisti pilotati dai servizi segreti deviati per golpe militari, che già avevano consentito la presa del potere contro i regimi democratici in America Latina e del regime dei colonnelli in Grecia.

In Italia funzionava un sistema di potere garantito dalla Costituzione con libere elezioni democratiche, che premiarono l’egemonia della Democrazia Cristiana per quasi 40 anni.

Certo era un sistema democratico, senza una reale alternativa per motivi di politica internazionale e per la collocazione dell’Italia nel blocco occidentale.

Non vi erano, infatti, alternative che consentissero alle opposizioni della sinistra storica di andare al governo per via democratica, ma l’esperienza graduale dell’inserimento della classe operaia al governo dello Stato.

La prima operazione dell’inserimento di una porzione della sinistra storica nello Stato democratico si ebbe con l’esperienza di centro-sinistra che, per merito dell’on. Moro, vide nel marzo del 1963 il PSI di entrare a far parte nel governo del Paese.

5 anni dopo, sempre per merito di Aldo Moro nacque il “compromesso storico Berlinguer – Moro, nel 1978”, per realizzare un inizio di collaborazione fra il partito di maggioranza relativa (la DC) e il più forte partito di opposizione (il PCI).

La politica di “Solidarietà Nazionale”, ha dimostrato che, nel rispetto delle regole democratiche, era possibile che la classe operaia poteva essere inserita, gradualmente, nello Stato democratico senza spinte eversive.

Non si prese atto che la rivoluzione marxista in Italia era una strategia perdente, che utilizzava l’immaginario collettivo per sprofondare in una deriva di imbarbarimento politico con la scelta dell’ antagonismo armato, con la strategia di obiettivi mirati, uccidendo esseri umani inermi.

All’epoca era diffusa l’ illusione di dare uno scrollone allo Stato Democratico, che appariva fragile nel suo sistema di potere e prossimo alla sfaldamento.

La lotta armata fu, in sostanza, una sciagurata stagione di odio, di violenza, di stupidità ideologica che ingabbiò i protagonisti con l’antiquato schema rivoluzionario, sino a rimanere schiacciati e destinato alla sconfitta per le loro truculenti azioni di sangue.

Dal 1970 l’opzione della violenza, anziché favorire il processo di cambiamento della società, portò, al sequestro della democrazia. La strategia fallimentare della violenza si ridusse, alla fine degli anni’70 e nel 1980, a bassa macelleria sociale. Ne conseguirono la desertificazione delle piazze e delle lotte sociale, l’annullamento della partecipazione e della cittadinanza attiva, il clima di sospetto, paura e terrore, la frattura dei ceti popolari e della classe lavoratrice, la sfiducia nel corpo sano della democrazia parlamentare.

L’ODIO POLITICO E I CONFLITTI SOCIALI

I conflitti sociali non si risolvono mai con l’odio e la violenza politica, tanto più quanto l’odio contro il nemico diventa un sentimento forte elevato a sistema, che non permette di vedere l’uomo nell’avversario politico.

E continuo a chiedermi come si può esercitare una violenza totalizzante, nel cerchio racchiuso di gruppi terroristici, che pretendono il cambiamento e la giustizia sociale con le uccisioni e la bassa macelleria?

E perché volere, oggi 2011, una legittimazione alla loro cecità politica di violenza e di morte?

Nella logica del terrorismo le vite umane non contano, quando l’atto di uccidere è guidato da una ragione superiore, che diventa freddezza razionale totalizzante. Molti terroristi, dopo avere ucciso con la tecnica e la precisione di killer criminali, non hanno avuto alcun rimorso, anzi hanno anche brindato al successo del loro atto omicida, convinti di avere ucciso per fin di bene.

Il nodo delle contraddizioni, che stringono al collo coloro che hanno ucciso per difendere un ideale sbagliato, ha dimostrato che la lotta armata, era priva di meccanismi di socializzazione e di sostegno da parte delle masse popolari, che condannarono la violenza politica.

La ripulsa del terrorismo fu vasta sia da parte della borghesia illuminata, sia soprattutto, da parte della classe lavoratrice, che i terroristi s’illudevano di portare al potere.

Volere giustificare ad ogni costo, sul piano storico, una presunta lotta armata fatta per nobili ideali, significa dare oggi dignità e nobiltà storica agli assassini politici. Non esiste un terrorismo buono rosso, contro il terrorismo cattivo fascista e stragista quando si uccide un essere umano.

Né si può arbitrariamente autoassolversi, paragonando i terroristi ai Partigiani, gli unici che hanno fatto la lotta di Liberazione in Italia con una vera guerra civile antifascista.

Pretendere ora di equiparare i terroristi a coloro che, in virtù dell’Antifascismo militante, hanno fatta la lotta partigiana, significa stravolgere la storia. L’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) non ha mai riconosciuti i terroristi come militanti di una nuova Resistenza, ma tutt’oggi li considerano assassini e nemici dei lavoratori, per l’orrore suscitato con i loro omicidi perpetrati e per l’assenza di pietà, che ha contrassegnato l’esercitazione della violenza.

L’ANPI, infatti, è sempre presente per commemorare le vittime del terrorismo e in molti casi ha loro dedicato targhe alle memoria nelle vie e nelle piazze di Milano e delle maggiori città italiane.

Quanto poi al tema della pacificazione nazionale, il modello della “Commissione Verità e Riconciliazione” del Sud Africa o altri, non sono lontanamente proponibili per la situazione italiana, il cui percorso di riconciliazione si puç costruire attraverso il confronto, il dialogo, le testimonianze di vittime ed ex terroristi. Per quanto riguarda il terrorismo rosso esiste un quadro storico di accertamento della “verità” ampiamente soddisfacente e senza molti misteri da rivelare, viceversa tanto bisogno di “verità nascoste” pretendiamo dallo stragismo neofascista.

Un cammino di conversione interiore, fatto dagli ex, deve riconoscere che uccidere è stato un male. Quello ch’è stato un male ieri e non può essere un bene oggi.

E’ profondamente sbagliato cercare l’autoassoluzione, richiamandosi al contesto storico, che diventa un alibi assurdo quando ci si vuole paragonare ai partigiani antifascisti del Movimento di Liberazione.

L’ALIBI DELL’ANTIFASCISMO MILITANTE E DELLA GUERRA CIVILE

Il mito fondativo dell’antifascismo democratico militante non può identificarsi con la inesistente “Nuova Resistenza” fatta dai terroristi. In Italia non era in atto una guerra di Liberazione, anche se i comportamenti dei gruppuscoli dell’eversione di destra e della sinistra massimalista, sia pure con motivazioni ideologiche opposte, praticavano la violenza per disarticolare lo Stato e colpire lo strapotere della Democrazia Cristiana.

Ma di quale lotta partigiana o di Comitato di Liberazione dell’Italia possono accreditarsi i farneticanti gruppi rivoluzionari, ciascuno in competizione tra loro e ciascuno depositario del bene e della verità tanto da scontrarsi anche fisicamente tra loro?

Vale la pena ricordare che, negli anni ’70, fiorirono in Italia ben 175 gruppi di fuoco di estrema sinistra (dei quali i maggiori sono stati: le Brigate rosse e Prima Linea”), mentre ben 65 furono i gruppi eversivi neofascisti (tra i quali i Nar, Terza Posizione ed Ordine Nuovo furono i più rappresentativi).

Per questo rifiuto la logica degli ex che parlano di Resistenza tradita, che ha fatto maturare, dal 1965 all’interno del PCI, l’ala minoritaria massimalista con l’idea del partito armato, spostando i confini della radicalizzazione dello scontro politico con l’illusione del cambiamento della vita sociale e del governo del Paese, seminando il germe di una guerra civile, dopo i fatti di Avola e di Reggio Emilia, ove caddero operai in sciopero e di altri eventi internazionali. I combattenti per il comunismo non hanno certamente perso l’innocenza con la strage di Piazza Fontana 12/12/69.

Bene ha fatto, negli anni ’70, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer a chiudere definitivamente il dialogo con l’ala marxista radicale e, soprattutto, con le Brigate rosse, dimostrando che il dialogo e il riconoscimento di organizzazione politica non poteva essere data a coloro che lottavano con le armi contro l’ordinamento costituzionale dello Stato Democratico. Riconoscere oggi le idealità delle Brigate rosse, come parte della cultura democratica italiana, è un insulto contro la storia del nostra Paese.

Tale pretesa è come assassinare, per la seconda volta, l’on. Aldo Moro, il protagonista dell’apertura al Partito Socialista di Pietro Nenni, nel Congresso di Napoli del 1962 e della politica di “Solidarietà Nazionale” nel 1978.

Certo, con l’uccisione di Moro, le brigate rosse hanno vinto e hanno sconfitto la politica del “Compromesso storico” fra la DC e il PCI, ma la morte dello statista democristiano ha segnato la sconfitta della classe operaia e la sconfitta del terrorismo.
Quanta arroganza ci fu nelle Brigate rosse, convinte che la Costituzione Repubblicano potesse essere abbattuta con la lotta armata! Ecco i veri motivi per i quali chi è morto o sopravvissuto e i familiari delle vittime patiscono, direttamente, sulla loro pelle, le tristi conseguenze di quegli anni spietati, non potranno mai mettere sullo stesso piano gli ideali degli oppressi con quelli degli oppressori, delle vittime con quelli dei carnefici.

La morte e le motivazioni storiche non rendono uguali chi è stato assassinato per atti diterrorismo, con chi ha praticato la violenza.

Non possiamo dare la patente di “Partigiano” a chi ha sabotato il sistema democratico, ma solo a chi si è battuto contro il fascismo per regalarci libertà e democrazia, combattendo contro i “Repubblichini” di Salì, alleati dei nazisti occupanti l’Italia.

Le vittime per la libertà e i caduti per atti di terrorismo si sono sacrificate per darci una vita normale, per costruire un futuro nel quale i giovani non devono imbracciare le armi e organizzarsi in bande armate, ma impugnare un “panino” per essere liberi dall’odio e dalla violenza a difesa della vita umana, della libertà, della convivenza civile e democratica e del rispetto della Costituzione Italiana.

L’altra realtà sulla quale dovrebbero riflettere gli ex è quella che “Lo Stato Italiano ha investito sulle vittime, dando un ruolo di rappresentanza con il Giorno della Memoria: per non dimenticare”.

I familiari delle vittime hanno diritto ad ottenere verità e giustizia dopo oltre 40 anni di sofferenza. Il giorno della memoria è una condivisione “collettiva del popolo italiano a ricordare i caduti” e non ha alcun richiamo alla vendetta.

Concludo: di che cosa possono lamentarsi questi condannati all’ergastolo, che godono tutti della libertà, perchè in Italia non esiste la pena eterna, come per le vittime?

Che dire, poi, della gara di solidarietà del mondo cattolico e del mondo marxista di inserire nella società gli ex terroristi, che sono considerati eroi, missionari e benefattori dell’umanità per le loro nobili gesta di avere ucciso gli uomini migliori del nostro Paese e avere terrorizzato l’Italia per oltre 10 anni?

Credetemi, le vedove, gli orfani e i feriti non hanno meritato tanta solidarietà né dalla Chiesa, né dai marxisti, né dallo Stato.

BREVI NOTE RIFLESSIVE AGGIUNTIVE

Gli anni ’70 non furono solo anni di piombo, ma anni di profondi cambiamenti della società italiana.

Nel 1969, con la legge Basaglia, furono aboliti i manicomi ove marcivano essere umani.

Nel 1970 Lo Statuto dei Lavoratori eliminava le gabbie salariali e i lavoratori entravano nel pieno dei diritti costituzionali.

Nel 1974 ci fu la grande conquista della vittoria del Referendum sul divorzio e, successivamente anche quello sull’aborto che portarono ad un processo di liberazione della donna.

Ci furono poi i decreti delegati nelle scuole e nelle grandi città il Decentramento Amministrativo come conquiste di partecipazione democratiche.

Si ricordano, inoltre, la Riforma del Diritto Penale e l’esperienza politica del “ Governo di Solidarietà Nazionale o compromesso storico”. Si trattava del primo tentativo di una collaborazione possibile tra la DC e il più grande partito di opposizione storica della sinistra operaia operaio della sinistra storica. Il PCI dell’on. Berlinguer (leader dell’Eurocomunismo) veniva legittimato ad aspirare al Governo del Paese che apparteneva al Patto Atlantico.

Non solo quindi “anni di piombo”, ma anni di riforme e di conquiste sociali.

Verso la fine degli anni’70 il mondo cominciava, però, a cambiare e in Italia nessuno lo comprese. Non più il lavoro era protagonista, ma il mercato, magari, senza regole.

Nel 1978, anno dell’uccisone dell’on. Moro, nascono in Italia 30 mila discoteca e nella sola Lombardia 70 mila nuovi imprenditori.

Nel 1980 per la prima volta partecipa alle elezioni politiche la Lega di Umberto Bossi.

A Torino la marcia dei 40 mila impiegati della Fiat segna la svolta epocale del declino del mondo del lavoro e del Sindacato. Nessuno, all’epoca, prese coscienza degli sconvolgimenti economici che germinavano con la globalizzazione.

Il mondo cambiava a livello interno e vertiginosamente a livello internazionale. La società italiana non se ne accorgeva perché la cultura politica dominante era imprigionata dagli schemi massimalisti del passato.

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Le lotte sociali e democratiche per i diritti dei lavoratori e dei ceti sociali deboli, non hanno nulla da spartire con gli ideali e i valori della Resistenza che non è mai stata tradita con la nascita della Costituzione, a dimostrazione di quanto fosse sovversiva e improvvida la scelta dell’antagonismo armato.

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Il Perdono e il diritto alla dignità e alla vita, come bene inalienabile, appartiene sia alle vittime che agli ex terroristi.
Chi ha violato la vita umana può essere assolto soltanto dalla persona offesa, ché il titolare del perdono, che diventa parodia quando viene ostentato con superficialità e, addirittura, offesa quando a perdonare sono gli altri, cioè i terzi, che si sostituiscono alle vittime.

La domanda di perdono diventa oltraggio quando, dopo il delitto, stuoli di giornalisti o uomini di chiesa o altri zelanti strumentalizzatori politici si precipitano a chiedere ai familiari delle vittime, se perdonano l’uccisore del loro caro, magari non ancora individuato o catturato.

La forza del perdono è un valore altissimo per non lasciarsi imprigionare dall’odio e dalla vendetta. Il perdono stabilisce rapporti tra una vittima e il colpevole e non riguarda né la legge, né l’opinione pubblica, né la società, ma solo la coscienza individuale.

Nell’animo umano sono infatti radicati sia la violenza, sia il bisogno di sentirsi perdonati o di considerarsi innocenti, identificandosi con il testo storico delle masse violente, lavati dalla colpa, e magari per accingersi, dopo, con cuore tranquillo a commettere altre azioni malvagie.

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La memoria è fatta con la dignità di piccoli gesti, scevri dalla retorica delle commemorazioni ufficiali. Va sempre distinto il diverso piano tra vittime e carnefici, in quanto le motivazioni ideali e di comportamenti umani sono completamente diverse e non possono essere confuse in un generico abbraccio che esalti o giustifichi un delitto.