sabato , 24 ottobre 2020
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Cerimonia sul XII Anniversario dell’11 Settembre sulla Strage di New Work 11 settembre 2013 Cerimonia sul XII Anniversario dell’11 Settembre sulla Strage di New Work

Intervento dell’on Guido Podestà, Presidente della Provincia di Milano, alla Cerimonia dell’11 Settembre 2013 sul XII Anniversario della Strage di New York con la partecipazione del Console Usa SCOTT, del Presidente della Regione Lombardia MARONI, dell’Assessore alla cultura del Comune di Milano Del Corno e del Presidente del Consiglio della Provincia di Milano Dapei. Presenti alla cerimonia assessori e consiglieri, autorità civili e militari, Associazione Italiana Vittime del Terrorismo della Lombardia (A. Iosa) e molti cittadini.

Illustre console Scott, presidente Maroni, assessore Del Corno, presidente Dapei, assessori e consiglieri, autorità civili e militari, cittadini presenti,

Celebriamo, ancora a Palazzo Isimbardi, alla presenza di un folto gruppo di studenti della Scuola americana di Milano (che saluto), il ricordo di migliaia di uomini e donne vittime, esattamente dodici anni or sono, del più drammatico e vile attentato terroristico della nostra storia.
Come ogni anno, innanzitutto, rinnovo i più profondi sentimenti di vicinanza al console Scott, a tutto il popolo americano e, soprattutto, alle famiglie dei quasi tremila morti. Liberi cittadini – provenienti da oltre 90 Paesi (tra loro tanti italiani) – colpiti senza alcuna discriminante, senza alcuna colpa né giustificazione, se non quella di calpestare, in quei maledetti istanti, la terra di uno Stato rivelatosi faro di democrazia, storicamente votato all’accoglienza.
Il leitmotiv che anima la commemorazione di oggi – il cui titolo appare già eloquente (“11 settembre 2001. Dodici anni dopo gli attentati. Guardando al futuro”) – è duplice: non possiamo dimenticare quella data, ma, armati del peso della memoria, dobbiamo anche proiettarci, con maggiore determinazione, alle prossime sfide del futuro. A partire da quelle del dialogo e della convivenza pacifica.
Lo dobbiamo a chi è rimasto ucciso dalle macerie delle Torri gemelle (New York) o al Pentagono (Washington), a quei passeggeri che cercarono, invano, di riprendere il controllo del velivolo schiantatosi in Pennsylvania (Shakesville), ai pompieri che – ricordo – intervennero senza esitazioni, sacrificando la propria vita. Lo dobbiamo, inoltre, all’umanità intera per un’offesa capace di risvegliarci dal torpore in cui ci eravamo – forse colpevolmente – adagiati. Lo dobbiamo, infine, alle donne e agli uomini di divisa impegnati, oggi, in rischiose missioni di pace all’estero.
Oggi, pure alla luce delle più recenti tensioni internazionali (siano esse concentrate nell’Africa mediterranea o in Medio Oriente), è quel torpore che dobbiamo contrastare: non possiamo lasciarci sopraffare dal germe dell’indifferenza. E mi chiedo, parafrasando il Papa: possiamo imparare di nuovo a “percorrere le vie della pace” e scongiurare quelle “laceranti ferite che richiedono molti anni per rimarginarsi”?
La risposta va individuata nella piena solidarietà tra popoli, che costituisce un valore essenziale per una società civile, così come la libertà, la legalità e il convivere civile. Stiamo parlando di ingredienti propri di uno stato democratico, chi cerca di reprimerli, a mio avviso, è comunque destinato a perdere. Ce lo ha dimostrato il terrorismo interno. Penso ai cosiddetti “Anni di Piombo”, che mi inducono a allargare l’orizzonte dell’evento odierno anche alle nostre vittime: anche l’Italia, come saprete, ha vissuto una stagione di paura e violenza. La stessa che ci ha sollecitato a comprendere la gravità di quanto accaduto a voi nel 2001.
Ce lo avete dimostrato voi amici americani, colpiti sé da un evento così drammatico ma come sempre in grado di rialzarvi: Al Qaeda avrà pure sconvolto Manhattan ma non ha per nulla scalfito quel patto suggellato, nel lontano 1776, in occasione del secondo Congresso continentale di Philadelphia (firma dichiarazione di indipendenza), quando sulla base della condivisione di ideali e valori universali fondaste la vostra idea di Patria.
Basti pensare alla nuova fase intrapresa dagli Usa sul versante della ripresa economica. L’Italia guarda con interesse al riavvio del vostro ciclo produttivo. Nella speranza che presto possa “contagiare” non solo le nostre latitudini ma anche laddove lo sviluppo economico, sociale e civile non c’è (Africa).
Cari amici, le idee che hanno inspirato milioni di persone a identificarsi in voi non sono cambiate, e continuano a camminare sulle nostre gambe. Tutti – nessuno escluso – continuano a intravedere nelle vostre scuole, nelle vostre università, nelle vostre aziende dei laboratori nei quali sperimentare con successo la convivenza tra razze e religioni.
Per questa ragione, considero questa cerimonia più di una semplice commemorazione: oggi, dopo aver radicato nei nostri cuori e nelle nostre menti la memoria delle migliaia di vite spezzate, l’11 settembre continua a insegnarci a guardare al mondo con maggior attenzione, guardando la realtà circostante senza filtri ideologici o preconcetti.
Mi avvio alla conclusione. Ha ragione il filosofo francese Jean Baudrillard quando definisce l’11 settembre un “evento puro che racchiude in sé tutti gli eventi che non hanno mai avuto luogo”.
Da quel giorno – anche sull’onda degli attentati terroristici di Madrid (191 morti) e di Londra (52 morti) – siamo, infatti, consci di poter essere improvvisamente colpiti sul posto di lavoro, a bordo di un treno o di una metropolitana. Sebbene la nostra percezione di libertà sia mutata, siamo, però, convinti di non dover cedere a un’inaccettabile quanto riprovevole minaccia oscura.
Così, tra poco, nella piazza antistante dedicata (su mia proposta dell’aprile 2012) alle 3.000 vittime (ringrazio ancora il Comune di Milano per averla accolta sempre lo scorso anno, a settembre), deporremo una corona di fiori all’insegna della pace, proprio in un luogo che commemora anche le tante vittime innocenti del terrorismo interno (“Uomo della Luce”). Un presidio che ci sollecita a condannare senza appello la violenza insensata e a ricostruire, attraverso il “dovere della memoria” (Iosa), il valore autentico della libertà: “il ricordo non solo vince l’indifferenza dei vivi, ma anche il silenzio della morte, tramandando alle nuove generazioni la storia di ieri e di oggi” (Iosa).
Illustre console, sono trascorsi esattamente 4.380 giorni da quello che considero “l’anno zero” dell’era contemporanea. Da l’insieme, siamo ripartiti per fornire al mondo una risposta solidale e per provare a consegnare ai nostri figli un avvenire migliore. Oggi più di ieri, nessuno sforzo deve essere risparmiato: abbiamo il dovere di replicare alla violenza ribadendo con forza quei diritti inalienabili che certificano la dignità delle persone.