mercoledì , 20 giugno 2018
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33esimo anniversario della gambizzazione di Antonio Iosa Il ricovero agli Spedali civili di Brescia: inizia il calvario del “Barone dimezzato” Antonio Iosa

Le riflessioni sul mistero del dolore, della solitudine e della diffusa violenza -33 anni dopo l’attentato. Per la gravità delle ferite non avrei mai immaginato di campare ancora per tanti anni

I giorni della mia degenza ospedaliera erano caratterizzati da un’alternanza di attese e speranze, di preoccupazioni e di angosce. Avevo timore, per il futuro, di non potere più deambulare e intanto meditavo e riflettevo sui problemi religiosi, politici, sociali e culturali.
Il personale ospedaliero si prodigava nell’assistenza di cui avevo bisogno e ciò mi rincuorava, ma i miei familiari vivevano, come me, nell’ansia e si prefiguravano un futuro amaro, denso di ombre e difficoltà.
Mi trovavo immobile nella mia stanzetta a due posti-letto. Le gambe, racchiuse entro due valve, erano divaricate e tenute in alto da strutture metalliche, per favorire la circolazione del sangue.
Il primario visitava i pazienti del reparto due volte alla settimana: il lunedì e il venerdì mattino dalle ore 8 alle 9.30; era sempre accompagnato da un codazzo di medici, infermieri, studenti.
Ero diventato un caso clinico interessante, oggetto di studio. Mi avevano fotografato le gambe in salaoperatoria prima, durante e dopo l’intervento, tanto che per oltre 10 anni ho effettuato controlli.
Dalla finestra della cameretta scorgevo solo le cime degli alberi e la collina sulla quale dominava il castello di Brescia, che appariva tanto lontano.
L’immobilità mi causava dolori, fastidi e inconvenienti non ultimi quelli umilianti di natura igienica.
Con il passare dei giorni le visite si erano sempre più diradate. Mi sentivo solo, abbandonato, quasi esiliato. Ogni tanto arrivava qualche collega d’ufficio, qualche amico di partito o del Circolo culturale Perini o del quartiere di Quarto Oggiaro. Erano visite brevi, al massimo mezz’ora. In una settimana le contavo sulle dita di una mano. Ritornavo poi nella mia solitudine. Solo la domenica le visite s’infittivano: giungevano i parenti e mia moglie, che si tratteneva più del solito con i bambini. …Apri l’allegato pdf per continuare a leggere il contenuto