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26 marzo 2014 – Intitolazione del giardino dedicato a Domenico Bornazzini, Carlo Lombradi, Pier Antonio Magri

26 marzo 2014 – Intitolazione del giardino dedicato a Domenico Bornazzini, Carlo Lombradi, Pier Antonio Magri

Intervento Giuliano Pisapia – Sindaco Comune di Milano

Giuliano Pisapia
Sindaco di Milano

La memoria è il fondamento non solo della storia, ma della consapevolezza delle nostre esperienze umane. Siamo qui a ricordare Domenico Bornazzini, Carlo Lombardi e Pierantonio Magri tre vittime del terrorismo dimenticate e sconosciute per ben 35 anni, uccise in via Adige nel quartiere popolare di Porta Romana. L’Associazione Italiana Vittime del Terrorismo esprime la sua gratitudine al Comune di Milano per avere completato, con questa Cerimonia, il percorso della memoria su tutte le vittime milanesi famose e meno famosi, eccellenti e non eccellenti. Gli spietati anni ’70, sono stati un triste periodo storico di odio politico, di paura di follia omicida, che hanno insanguinato la storia della città e del Paese, durante la strategia della tensione e degli opposti estremismi, che ci hanno fatto vivere “La Notte della Repubblica” e una tragedia nazionale da non dimenticare o rimuovere dalla storia contemporanea.

Antefatto della Strage: La notte del 1′ dicembre 1978, Maurizio Baldasseroni simpatizzante di Prima Linea e Oscar Tagliaferri simpatizzante del collettivo metropolitano di Renato Curcio erano due estremisti di sinistra, che si trovavano in un bar di via Adige a Milano ( Porta Romana) per trascorrere la serata, bevendo troppo, sino ad ubriacarsi. Nel locale ascoltano anche le conversazioni e le opinioni politiche di tre clienti seduti al tavolo, mentre parlavano fra loro: Domenico Bornazzini, Carlo Lombardi e Pierantonio Magri e ne scaturisce una discussione. I due terroristi vengono allontanati, ma meditano la vendetta politica contro i tre uomini, che esprimevano idee contrarie alle loro. Si recano, infatti, alla casa di Baldasseroni a San Donato Milanese per prendere le armi e si ripresentano alle 3.40 con un fucile a canne mozze e con un revolver Astra 357 magnum. I due trovano il bar chiuso, ma non si perdono d’animo. Fanno il giro dell’isolato per verificare se gli uomini con cui avevano avuto da ridire si trovassero ancora nei paraggi e li trovano in macchina, davanti all’abitazione di Pierantonio Magri. Invitano i tre a scendere dall’auto e non appena i primi due sono in strada, Baldasseroni e Tagliaferri fanno fuoco, uccidendoli all’istante con una scarica di pallottole da usare per la caccia al cinghiale. Il terzo viene freddato, quando si trovava ancora all’interno della sua macchina. I due assassini tentano di fare rivendicare la strage a Prima Linea con un volantino, ma i due vengono sconfessati ed espulsi per l’enormità di un delitto commesso per futili motivi e senza il preventivo consenso dell’organizzazione terroristica. In cambio, Prima Linea, per solidarietà ideologica, li aiuta a rifugiarsi in America Latina, a Lima in Perù. Il super latitante e trafficante di droga Maurizio Baldasseroni e il suo amico di sempre e di fuga Oscar Tagliaferri furono condannati in contumacia allo ergastolo, ma non furono mai arrestati. La polizia anticrimine ha accertato che i due assassini, hanno un nome pesante e pericoloso nel panorama dell’eversione e del narcotraffico. Gli autori del triplice omicidio furono identificati nel 1981 grazie alla collaborazione di due ex esponenti di Prima Linea. Nel 1984 la Corte di Assise di Milano, nel processo che vide coinvolti 207 imputati di PL, emise condanna di ergastolo a carico di entrambi i responsabili, latitanti contumaci. Nel 1988, la Terza Corte d’Appello di Milano confermò la condanna per quel triplice omicidio e riconobbe la “natura terroristica e l’ispirazione politica-eversiva” riconducibili alla militanza dei loro autori, non estranei al clima e alla logica di estrema sinistra rivoluzionaria. Nel 2010, la figlia di Bornazzini, Debora, dopo un lavoro di ricerca e di ricostruzione degli atti e delle sentenze, durato due anni, ottiene per sì e il fratello Pietro, il riconoscimento che entrambi sono figli di una vittima del terrorismo! Nell’aprile dl 2013, per il terrorista latitante in Sud America è stata richiesta una dichiarazione di morte per legge, anche se il suo decesso non è stato mai certificato. La legge italiana, su istanza di un nipote del terrorista, prevede che gli scomparsi, dopo un decennio di ricerche senza esito, possono essere dichiarati morti. Baldasseroni così “morto per legge”, diventa un fantasma vivente e torna ad uccidere per la seconda volta le sue vittime.

IL DOVERE DELLA MEMORIA L’AIVITER ha vinto a Milano la sfida del “dovere della memoria e dei percorsi didattici” per educare i giovani alla legalità, alla non violenza, al rispetto della vita umana e a non dimenticare le vittime del terrorismo. Siamo consapevoli che le idee delle vittime camminano sulle nostre gambe. I caduti non hanno patria o l’esclusiva per essere ricordati, ma tutti rappresentano la speranza del futuro e ci insegnano come ciascuno di noi può arginare il male. Impariamo ad ascoltare, osservare e discernete il messaggio della vita e della storia; per alzarci, muoverci e affrontare con coraggio il “dovere della memoria”; ad attraversare il buio della notte “spingendolo più in là”; a elaborare il lutto; a raccoglierci, radunarci e vivere attorno ai deboli e agli esclusi, alle persone fragili; a ricordare che l’Italia ha conosciuto una lunga stagione fosca e lugubre di scontro ideologico e di odio politico del nemico da abbattere. I terroristi fecero lotte estreme in quel clima politico tossico di resa dei conti. Erano gli spietati anni di piombo della paura eversiva, delle minacce, violenze fisiche, rapine, sprangate, agguati, pistolettate. ferimenti e uccisioni nelle quali lasciarono la vita centinaia di vittime innocenti. La nostra vita è quella altrui non sono che le arcate visibili di uno sterminato ponte tra chissà quali sponde e chissà quale fiume. Ogni arcata poggia su due pilastri: la vita e la morte. Chi non c’è più vive in noi e cammina con noi. Ricordiamoli e rintracciamoli tutti i nostri morti. Ogni volta che è possibile diamo loro un nome e un cognome. Questa è una degna sepoltura per chi ha perso la vita per affermare il valore della legalità, della giustizia, della democrazia; per non morire; per ricordare che, dietro ad ogni caduto per atti di violenza terrorista e stragista, ci sono storie da raccontare, vite spezzate, che ci fanno toccare sotto la pelle chi del terrorismo e dello stragismo non ricorda più niente o chi lo ignora o vuole rimuovere la storia di ieri, o chi non è coinvolto , perché di solito non partecipa a queste cerimonie e vive nell’indifferenza. Troppo spesso accade che di fronte agli attentati terroristici passati si crei una artificiosa competizione delle memorie, quasi che di fronte ad un male estremo, fosse necessario stilare una graduatoria del dolore. Porsi l’interrogativo di chi ha sofferto di più è la cosa più stupida del mondo, poiché la memoria del male dovrebbe unire i protagonisti di tragedie diverse e potrebbe avere un effetto terapeutico per la ricomposizione unitaria delle memorie. Oggi occorre una “Memoria collettiva”, come Bene che unifica l’umanità delle nostre esperienze. Ecco perché, pur nella nostra fragile condizione umana, vogliamo narrarli tutti i nostri caduti, in tanti modi diversi, con una o più iniziative, quasi una “Mille e una Notte” per non morire, per ricordare, che le vittime non sono solo numeri, ma vite umane, che avevano progetti, ansie, dolori, diari, amori, passioni, gioia, lavoro, famiglia. vite tutte intere, che noi dobbiamo narrare. Prendiamo a modello anche queste tre vittime, che sono state discriminate e dimenticate per 35 anni.

Ecco i motivi per cui i conti col terrorismo e lo stragismo non si possono chiudere in fretta, perché le ferite restano aperte, anche se il nostro desiderio è che la memoria liberi il passato dalle scorie. Il ricordo è soffrire, ma anche pensare la pedagogia della storia degli anni di piombo, che non sfocia, ora, in un generico appello alla tolleranza e al perdonismo e tanto meno al dovere di non dimenticare per sistemare, provvisoriamente, la nostra coscienza. Quando si parla di terrorismo in Italia, è necessario esaminare quali siano i legami tra barbarie e progresso, tra crimine e normalità, per educare alla critica civile i giovani nel corso di tutti i giorni dell’anno. E’ un impegno il nostro che ci fa parlare ai nostri figli e ai giovani di che cosa è accaduto in quegli anni orribili, non solo per la sensibilità che richiede, ma anche per le nostre difficoltà a capire e raccontare l’orrore di cui i terroristi sono stati capaci di compiere. BIOGRAFIE – Oggi ricordiamo il sacrificio di tre cittadini comuni, tre amici leali, che non si sentivano in guerra con nessuno e non avrebbero mai immaginato di essere oggetto di odio da parte di Maurizio Baldasseroni e Osecar Tagliaferri, due violenti simpatizzanti di Prima Linea, che deliravano sul trionfo della lotta armata per imporre le loro idee. violenti, che deliravano sul trionfo della rivoluzione armata. I figli Debora e Pietro Bornazzini, Davide Lombardi, Ivan e Igor Magri e le vedove Elena, Giuseppina e Marianna hanno il diritto delle tre vittime di gridare forte: “Noi non vogliamo che il terrorista Baldasseroni uccida due volte i nostri padri e i nostri mariti con una dichiarazione di morte presunta per legge, mentre continua a vivere latitante in Perù”! 1) Domenico BORNAZZINI, nato a Bologna 1948, si trasferisce a Milano con la famiglia da bambino. Nel 1970 conosce Elena, una giovanissima torinese dalla cui relazione nasceranno nel 1971 la figlia Debora e nel 1974 il figlio Pietro. Trasferitosi a Torino, lavorò nell’azienda del padre di Elena. Alcuni anni dopo, Domenico era tornato a Milano per aiutare le sue sorelle alle quali era molto legato, per chiudere l’attività commerciale della madre Irma,precocemente scomparsa, solo due mesi prima, a causa di un tumore. Al momento del omicidio, papà Domenico aveva 30 anni e i figli Debora e Pietro avevano rispettivamente 7 e 4 anni. 2) Carlo LOMBARDI: nato a Rivolta d’Adda nel 1943, in provincia di Cremona, abitava a Milano, ove aveva un negozio di macelleria. Al momento del suo barbaro assassinio, avvenuto alle 3.40 di quel tragico 1′ Dicembre 1978, Carlo lasciò la moglie Giuseppina e il figlio Davide di appena 1 anno e hanno dichiarato “Non vi può essere giustizia, senza che vi sia certezza che lo Stato si attivi nei fatti, affinché gli assassini latitanti siano individuati ed estradati per scontare la pena nelle carceri italiane!” 3) Pierantonio MAGRI era nato a Milano il 10 Luglio 1949 da una modesta famiglia composta dai genitori e di altri tre fratelli. Fin da giovane abbandonava gli studi per intraprendere le vita lavorativa come tappezziere imbianchino, prima alle dipendenze, e poi, dopo avere accumulato esperienza e un gruzzolo di risparmio, aveva aperto un piccolo laboratorio nella cittadina di Rho, in provincia di Milano. Da giovane ha conosciuto la moglie Marianna Mondoni dalla quale ha avuto due figli Ivan ed Igor, che al momento della uccisione del loro papà avevano rispettivamente 5 e 2 anni. Magri trascorreva la sua vita quotidiana tra lavoro e famiglia. Non aveva hobby particolari, ma amava la montagna e non appena ne aveva occasione si recava con i familiari in una piccola baita di proprietà della moglie, in Val Camonica (Brescia), ove amava soggiornare. Pierantonio era quindi un uomo comune con una famiglia normale come tutti, sino a quella maledetta e tragica notte del 1′ dicembre 1978, quando una mano armata di folli assassini, troncò la sua vita in via Adige. Pierantonio Magri fu assassinato a solo 32 anni e lasciò in lacrime la moglie con due bambini piccoli, Ivan e Igor che hanno dichiarato “Nostro padre non lo abbiamo conosciuto e quando fu ucciso eravamo troppo piccoli per capire la tragedia. Abbiamo qualche frammento di ricordi e descrizioni della sua figura paterna dalla nostra inconsolabile mamma Marianna.” Oggi queste tre vittime Domenico, Carlo e Pierantonio, troppo a lungo dimenticate, ottengono il riconoscimento ufficiale del loro sacrificio con l’intitolazione di questo giardino in Piazza Buozzi, nello storico quartiere popolare di Porta Romana, ove si incontravano come amici. I cittadini del quartiere continueranno a ricordarli come eroi della quotidianità!. Non c’è speranza, senza memoria e le voci delle testimonianze non sono sorelle del nulla, ma si traducono in ricerca di verità per tenere viva la nostra identità, per rafforzare i progetti educativi, per dare strumenti conoscitivi alle nuove generazioni, per non rimanere indifferenti di fronte alle tragedie di ieri e di oggi! Per AIVITER e i familiari questa celebrazione non è un giorno di lutto, ma di gioia e di festa!

Il coordinatore Aiviter Lombardia
Antonio Iosa

Buongiorno a tutti,

Oggi ho un solo desiderio: ringraziare le persone che ho potuto incontrare durante quella che Daniele Biacchessi, il giornalista che per primo rispose 10 anni fa alla mia richiesta di aiuto, definì “la battaglia di una figlia per la verità e la giustizia”, perché come ha scritto Norberto Bobbio nel 1994: “dove non c’è giustizia i morti sono morti due volte.” Questa triste storia è la mia storia, è la storia della mia vita, della vita di mio fratello Pietro, è la storia di mia madre Elena che nelle difficoltà non ha mai smesso di amarci e di assisterci, è la storia di un uomo, Domenico, che molti di voi hanno conosciuto, hanno amato, e che per me era soltanto mio Padre. E’ la storia di Ivan, Igor e Marianna Magri, compagni di dolore, che mi hanno accolta quale sorella legittima di quel dolore, ed è la storia di Carlo, di sua moglie Giuseppina e di suo figlio Davide che ho avuto modo di conoscere solo oggi; a tutte queste persone un filo sottilissimo mi legherà per sempre. Questa triste storia ha sottratto per sempre a me e a mio fratello l’amore incondizionato del padre, quella forza che il padre dovrebbe trasmettere ai propri figli per prepararli ad affrontare la vita che li attende, amore e forza che il destino mi ha voluto elargire, almeno in parte, in altro modo, attraverso le persone che ho incontrato lungo questo cammino e che si sono unite a me. Voglio ringraziare coloro che con la costante presenza e con il loro aiuto, forse senza neanche saperlo, sono diventati la mia famiglia, sono diventati gli amici che hanno saputo trasformare questa parte della mia vita in una storia d’amore e di solidarietà; mi hanno ascoltato, mi hanno aiutato con il loro lavoro – penso ai giornalisti, agli avvocati, ai miei docenti – oppure mi sono semplicemente stati accanto, compagni silenziosi di un viaggio che non è ancora finito. Sono arrivata fin qui oggi, in questo giardino, insieme a voi, per riscrivere alcune pagine di un dolore grande, per aggiungere a questa storia la pagina che mancava, quella della gioia per la dignità ritrovata e restituita a tre uomini, tre amici uccisi per niente, da un’assurda follia omicida. Oggi siamo qui per ricordare, per riportare al cuore, Pierantonio, Carlo e mio Padre Domenico, oggi è un giorno di festa e di gioia, come ha giustamente detto Antonio Iosa che abbraccio ancora con grande affetto e gratitudine. Ringrazio il Comune di Milano e il Sindaco Giuliano Pisapia che, con tutto quello che c’è da fare per questa città, oggi è qui con noi. Ringrazio con affetto il dott. Serafino Cagnetti e i collaboratori dell’ufficio cerimonie del comune di Milano per la loro gentilezza e disponibilità, ringrazio gli amici dell’AIVITER che oggi sono qui e che hanno fortemente voluto che Milano riportasse al suo cuore tutti i suoi caduti, ringrazio tutti voi che oggi avete scelto di essere qui con me e ringrazio i molti amici che non sono potuti venire. Lo scorso anno, nel giorno del suo compleanno, ho composto per mio padre una breve poesia che Antonio Iosa mi ha chiesto di condividere con voi. Permettetemi di leggervela.

25 ottobre

Oggi è il tuo compleanno,
ho riordinato la casa
ho invitato a cena la vita
ho aperto il vino,
e ho alzato il bicchiere verso il cielo
verso te.

Oggi è il tuo compleanno,
ti ho fatto un regalo,
onoro la vita che mi hai dato,
lascio emergere i talenti
quelli più nascosti,
quelli che non credevo,
quelli che non pensavo,
quelli che non volevo.

Oggi è il tuo compleanno,
io sono diventata grande
tu non sei diventato vecchio
che fortuna che hai
e che fortuna che ho,
un padre giovane
per sempre.

Oggi è il tuo compleanno,
un giorno che non hai,
un amore che non sai,
una poesia che non leggerai,
una musica che non ascolterai,
oggi è il tuo compleanno,

Auguri padre mio.

Milano 27 Marzo 2014
Gentilissimo Sindaco Giuliano Pisapia,

desidero ringraziarla di cuore per il discorso che ha pronunciato ieri durante la Cerimonia d’intitolazione del giardino di piazza Buozzi. Le Sue parole, la premura del dott. Serafino Cagnetti e dei suoi collaboratori, oltre alla presenza dell’assessore Filippo Del Corno hanno saputo riportare la pace tra me e Milano, città a cui mi sono sempre sentita legata da un sottile filo, città che per tutti questi anni mi ha, al contempo, attratta e respinta. Nel 2000 il lavoro mi ha riportato a Milano, nei luoghi in cui mio padre è cresciuto, è vissuto ed è stato ucciso ma per costruire la mia casa e il mio futuro ho dovuto scegliere un altro cielo, anch’esso oscurato da una grave tragedia, quella di Piazza della Loggia; un cielo abbastanza vicino ma non troppo lontano da quello di Milano, città il cui nome da sempre evoca in me maree montanti di ricordi e di sensazioni contrapposte. Il Percorso della memoria voluto dal Comune e dall’AIVITER potrà consentire a Milano di diventare testimone consapevole dell’inutilità della violenza e della follia che ha portato tanta morte e dolore ma soprattutto potrà erigerla quale testimone di un messaggio di tolleranza e libertà condivisa. Da qualche tempo ho dato la mia disponibilità, grazie soprattutto all’affettuoso invito del caro Antonio Iosa, ad incontrare i ragazzi delle scuole medie superiori per raccontar loro non la storia di quegli anni, questo è un compito che non mi compete, ma quello che la storia di quegli anni ha significato per molte, per troppe famiglie. Il 10 marzo sono stata a Genova ad un incontro organizzato per far conoscere agli studenti la figura di Guido Rossa e, terminato il mio intervento, un professore mi ha ringraziato per aver saputo spiegare ai ragazzi che dentro ai libri di storia ci sono delle vite, delle famiglie, persone, ragazzi come loro, bambini; penso a Silvia Pinelli, Roberto Saporito, Maurizio Campagna, Francesco Rucci – solo per citarne alcuni – che ieri sono venuti a portarmi la loro solidarietà, il loro abbraccio. Proprio ieri lo stesso professore mi ha inviato una email per ringraziarmi ancora e per dirmi che gli studenti hanno chiesto di poter conoscere quel periodo anche se non inserito nei programmi ministeriali e uno di loro mi ha scritto personalmente; un bellissimo riconoscimento per me e per il lavoro che sto cercando di portare avanti. Volevo ringraziarla ancora per avermi fatto sentire a casa, per la Sua semplicità, per la Sua onestà di pensiero, per la delicatezza e per l’abbraccio d’amore con cui ha voluto avvolgere la mia famiglia e mio padre.
E’ un vero peccato non averla come Sindaco.

Con affetto e gratitudine.
Debora Bornazzini